Roma, 8 giu. (askanews) – Riformare i criteri di accreditamento dei reparti di Medicina Interna, superando norme obsolete risalenti a quasi quarant’anni fa, per riconoscere ufficialmente le terapie semintensive all’interno delle stesse unità operative. È questo il forte appello congiunto lanciato oggi a Bologna dalle principali società scientifiche della medicina interna SIMI – Società Italiana di Medicina Interna e FADOI – Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti, insieme a SIMEU, ACEMC e all’Università di Bologna, in occasione del Meeting Nazionale “La Terapia Semintensive in Medicina Interna. Appropriatezza clinico-organizzativa, efficienza gestionale e sicurezza del paziente”.

Oggi i requisiti di personale medico-infermieristico nei reparti di Medicina Interna sono ancora regolati da decreti ministeriali del 1988, che classificano queste strutture come “a bassa intensità di cura”. “Negli anni ’80 del secolo scorso il mondo era completamente diverso, i pazienti non erano così complessi né acuti e non avevano i bisogni assistenziali odierni”, spiega il prof. Nicola Montano, Presidente SIMI: “Oggi la realtà è radicalmente mutata: uno studio congiunto SIMI-FADOI pubblicato nel 2025 dimostra che ben il 60% dei degenti presenta un’intensità di cura medio-alta (analisi svolta sui pazienti ricoverati nei reparti lombardi1). Gestiamo malati estremamente complessi che spesso si complicano proprio durante la degenza, manifestando patologie acute come edemi polmonari, insufficienze respiratorie, sepsi importanti o shock settici. Per questo motivo i reparti di Medicina Interna hanno l’assoluta necessità di avere al proprio interno strutture di terapia semintensiva: letti dotati di un livello di monitoraggio più elevato e di un maggior numero personale specializzato”.