Alla fine della vita riproduttiva il divario tra fecondità desiderata e reale corrisponde a 0,8 figli per gli uomini e 0,7 per le donne. In un recente studio pubblicato nella rivista Population Research and Policy Review (condotto insieme a Giulia Feltrin, Rebecca Soldo, Valeria Ferraretto e Raffaele Guetto) abbiamo riscontrato anche un divario tra l’età desiderata e quella effettiva al primo figlio: il 65% dei genitori che hanno avuto il primo figlio tra i 30 e 34 anni dichiara che avrebbe voluto averlo prima, così come il 96% delle madri che hanno avuto il primo figlio dopo i 40 anni. L’età effettiva in cui la popolazione giovanile raggiunge l’indipendenza economica e la stabilità lavorativa e abitativa è oggi troppo spesso superiore all’età considerata ideale dai giovani stessi ed è anche superiore all’età di picco della fertilità umana.

Questa, secondo il Fondo popolazione delle Nazioni Unite, è «la vera crisi della fecondità», una crisi di scelte negate, legata all’esistenza di ostacoli e barriere che portano a rimandare o rinunciare ad avere figli, o a trasferirsi all’estero, in contesti in cui è più veloce “diventare adulti”. Le politiche pubbliche, se progettate con un approccio centrato sulla persona, inclusivo, orientato all’equità di genere, possono contribuire a rimuovere almeno alcune di queste barriere. Non ad aumentare le nascite, ma a mettere i giovani nella condizione di poter scegliere liberamente se e quanti figli avere e quando averli.