La denatalità italiana non dipende da un minor desiderio di avere figli, ma dagli ostacoli economici, lavorativi e sociali che impediscono di realizzarlo. È la causa che il "Dossier Natalità 2026: Volere o Potere", realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con l'ISTAT e presentato a Roma a Palazzo Wedekind, indica come centrale. Il 62,2% di chi in età fertile ha deciso di non avere altri figli, dichiarano di aver rinunciato per le difficoltà incontrate, mentre solo il 5,5% afferma che i figli non rientrano nel proprio progetto di vita. Il contesto è quello di un Paese con il minimo storico di nascite dal secondo dopoguerra, nel 2025 sono nati appena 355 mila bambini, contro il milione del 1964 e i 526 mila del 1995.
In sessant'anni l'Italia ha perso più della metà delle nascite annue e il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna. «Per anni ci siamo raccontati che gli italiani non fanno figli perché non li vogliono, i dati dimostrano esattamente il contrario – spiega il Presidente della Fondazione per la Natalità Gigi De Palo -. Eppure la natalità non è una questione privata, ma la condizione da cui dipendono il futuro del welfare, dell'economia e della coesione del Paese». Il freno economico Se i desideri dichiarati dalle donne italiane si fossero tradotti in nascite, nel 2025 ne sarebbero arrivate circa 760 mila, più del doppio di quelle effettive. Lo confermano i dati ISTAT sul primo registro longitudinale della fecondità: tra le donne che dopo il 2016 avevano dichiarato con certezza di volere un figlio entro tre anni, solo il 42,8% lo ha avuto; tra chi aveva risposto "probabilmente sì", la quota scende al 20,6%.










