È di queste ultime settimane l’allarme lanciato dai media sulla crescita delle IST (Infezioni Sessualmente Trasmissibili) e in particolare nella popolazione giovanile. La notizia è scaturita dai dati pubblicati da ECDC (European Centre for Diseases Prevention and Control) lo scorso maggio che ha indicato un aumento importante dei casi di sifilide, gonorrea e clamidia.

I toni utilizzati dai media e nei social, tanto per cambiare, sono stati spesso cupi e colpevolizzanti: “Giovani bocciati in sesso sicuro”, è stato uno dei titoli emblematici. Nelle comunicazioni si è dato molto spazio a come ormai i giovani non sappiano più nulla di prevenzione delle IST, di come abbiano abbassato la guardia e di come, alla maggiore libertà sessuale, non corrisponda una maggiore consapevolezza.

Da questa narrazione (e ricordo che, specialmente sui social, spesso si guardano solo i titoli senza neanche leggere le caption) emergono giovani che fanno più sesso, che lo fanno in maniera più libera, ma che non si preoccupano minimamente di adottare precauzioni. Perché lo spettro dell’AIDS, che ha “bruciato” la sessualità di intere generazioni, dagli anni 80 ai 2000, ormai si sta dissolvendo; ormai ci sono le cure, che danno la percezione che l’attività sessuale non sia più portatrice di patologie dalle gravi conseguenze. E il sesso continua, nel 2026, a essere narrato e percepito come qualcosa di minaccioso, di cui bisogna diffidare, che può causare danni irreversibili a chi lo fa senza pensieri.