«K-NOW! Korean Video Art Today», ospitata al Museo d’arte della Svizzera italiana di Lugano, è il riflesso di un dato di fatto: la cultura sudcoreana sta diventando una tendenza globale. Nel cinema, titoli come «Parasite» di Bong Joon-ho e i film di Park Chan-wook hanno aperto un nuovo dibattito; in letteratura «La vegetariana» di Han Kang; poi la musica K-Pop, la skin-care e il mito del progresso tecnologico. Anche nell’arte visiva alcune fiere stanno puntando su Seoul — da Frieze Seoul ad Art-ONO —, mentre la videoarte coreana viene osservata con crescente attenzione. Al MASI è stato persino allestito un corner dedicato alla cultura e alla letteratura coreana. La mostra la Masi, curata da Francesca Benini e Je Yun Moon, presenta otto artisti, di cui sono le tre artiste più una presente nel collettivo) che attraversano tre generazioni: il maestro Park Chan-kyong (1965), poi quella nata tra gli anni 1970–1980 con Ayoung Kim (1979), Jane Jin Kaisen (1980), Onejoon Che (1982), Yo-E Ryou (1987) e Heecheon Kim (1989) e, infine, la più giovane degli anni 1990 rappresentata da Sungsil Ryu (1993) e dal collettivo eobchae cono Kim Nahee, Oh Cheon-seok e Hwi Hwang. La gran parte della gallerie contattate non hanno fatto disclosure sui valori degli artisti rappresentati in mostra a Lugano.
Al Masi la video arte sudcoreana
La cultura del paese trova accoglienza internazionale: otto gli artisti presentati di tre generazioni












