In Corea del Sud il tempo scorre a due velocità, quella della K Pop più conosciuta, dell’intelligenza artificiale, ma anche quella di chi indossa un hanbok (il tipico vestito dell’epoca imperiale, dai toni pastello e finemente ricamato) per entrare di sera nel Gyeongbokgung, il palazzo della dinastia Jeoseon, che svetta con la sua architettura antica tra i grattacieli.

E così, si saluta l’amico vestito alla moda, con il cappellino del più famoso brand di fast fashion Matin Kim, copiando gli “idoli” dei Bts (il più importante gruppo musicale della Corea), con l’amico che indossa il Gat, il cappello antico di crine di cavallo diventato famoso per il cartone animato K-Pop Demon Hunters, che esce da palazzo con la fidanzata, dopo una sessione fotografica intensiva che li ritrae come coppia innamorata agli occhi di tutti.

L’anima di Seul (che si pronuncia Soul, e si scrive Seoul in inglese) è inafferrabile. Anche in Italia si assiste al nuovo trend per la cultura coreana, la K Culture, che si costruisce sul passato, ben radicata come tutte le culture asiatiche, anche se sembra lanciata a tutta velocità nel futuro.

E come si incontra il futuro più spinto con la tradizione più orgogliosa del passato? Abbiamo tracciato le esperienze più particolari per raccontare una città che (per noi occidentali) rappresenta il mondo affascinante e distopico della Corea del Sud.