Ci scrive questa settimana Luca P., 38 anni, residente a Torino. Lavora nel settore tecnologico e ci racconta di aver cambiato non tanto vita, ma approccio alla vita, dopo aver incontrato una donna che lo ha messo davanti ai suoi limiti relazionali. “Per anni ho pensato che il mio modo di reagire nei conflitti fosse normale”, ci scrive. “Quando qualcosa mi feriva o mi faceva arrabbiare, smettevo di parlare. Sparivo emotivamente, chiudendomi in un silenzio che usavo come difesa, ma anche come punizione per l’altro. Non urlavo, non litigavo: semplicemente mi sottraevo. Solo dopo molto tempo ho capito che quel comportamento aveva radici profonde (così faceva mia madre, da sempre) e che stava distruggendo tutte le mie relazioni”.

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Un modello relazionale sbagliato

“Ripensandoci oggi, tutto è iniziato in famiglia. Mia madre usava spesso il silenzio come forma di punizione. Quando facevo qualcosa che non le andava bene, smetteva di parlarmi per giorni. Non c’erano spiegazioni, non c’era confronto. C’era solo distanza. Ricordo quanto mi faceva stare male: mi sentivo invisibile, in colpa, come se avessi fatto qualcosa di irreparabile, senza però capire cosa. Crescendo, ho interiorizzato quel modo di reagire. Non ho mai imparato davvero a esprimere le emozioni, a dire ‘mi hai ferito’ o ‘sono arrabbiato’. Il silenzio era l’unico linguaggio che conoscevo per gestire il conflitto. E così, senza rendermene conto, ho iniziato a replicarlo nelle mie relazioni. All’inizio non sembrava un problema. Evitavo discussioni accese, non alzavo mai la voce. Ma dentro accumulavo tensione, e quando qualcosa mi faceva male, mi chiudevo completamente. Non rispondevo ai messaggi, evitavo il contatto, diventavo freddo. Pensavo fosse un modo per proteggermi. In realtà stavo solo creando distanza”.