A oltre due anni dalla notte in cui uccise il padre per difendere la madre, Makka Sulaeva racconta la sua vita dopo l’assoluzione per legittima difesa. La ventenne, che vive ancora nella casa della tragedia, invita a non interpretare la sua vicenda come un esempio di giustizia fai da te: “Questa assoluzione non cancella il passato. Voglio essere dimenticata”.

"Non voglio che la mia storia diventi un esempio. Non deve passare il concetto che ci si può fare giustizia da soli". È la prima riflessione di Makka Sulaeva dopo la sentenza. Sono passati più di due anni da quel primo marzo 2024, quando l’allora diciottenne colpì a morte il padre Akhyad Sulaev per proteggere la madre durante l'ennesima aggressione. Oggi ne ha venti e continua a vivere nella casa di Nizza Monferrato dove la sua vita è cambiata per sempre. La Corte d'Assise d'Appello di Torino l'ha assolta, ribaltando la condanna di primo grado a 9 anni e 4 mesi e riconoscendo la legittima difesa. Una decisione che chiude, almeno per ora, una lunga battaglia giudiziaria. Ma non cancella quello che è successo.

"È successo tutto lì", sussurra Makka, intervistata da La Stampa, mentre indica il corridoio dove si consumò quella notte di violenza. Gli occhi le si riempiono di lacrime. Quando le vennero concessi gli arresti domiciliari, perfino la vista dei coltelli era diventata insopportabile. "Non riuscivo a utilizzarli neanche per mangiare. Quando sono tornata qui continuavo a rivedere tutta la scena. In camera mia, all'inizio, non riuscivo a dormire". La madre aveva proposto di trasferirsi, ma lei si è opposta. "Volevo restare per affrontare quello che è successo e provare a superarlo senza fuggire".