«Questo luogo ci ha fatto innamorare del ballo, della musica e delle persone. Non si può semplicemente cancellare ciò che è stato costruito in tanti anni di aggregazione, cultura e tradizione. Non toglietecelo». È l'appello lanciato da Elvira sulla petizione online nata per salvare lo Spirit de Milan. «Finalmente a Milano c'era un luogo aggregativo di musica e ballo in una cornice postindustriale che contribuiva a renderlo uno spazio non commerciale e fuori dagli schemi», aggiunge Paola. In appena poco più di 24 ore la petizione ha raccolto oltre 7.500 firme, mobilitando una comunità che da oltre dieci anni considera lo Spirit de Milan molto più di un semplice locale. Tantissimi appassionati di ballo e di concerti che ogni weekend si muovono da più parti di Italia, da Torino in primis dove la comunità dei lindy hopper è molto ampia e radicata, per raggiungere quella fabbrica di periferia riqualificata e trasformata nel tempo della musica dal vivo.
La storica realtà culturale milanese, ospitata dal 2015 negli spazi dell'ex stabilimento Cristallerie Livellara di via Bovisasca, è infatti destinata a chiudere a causa della scadenza del contratto di affitto e della mancata concessione di una proroga da parte della proprietà. Negli anni lo Spirit de Milan si è trasformato in uno dei principali punti di riferimento della vita culturale cittadina, ospitando concerti jazz, serate di ballo swing, eventi dedicati alla musica popolare, teatro e iniziative capaci di coinvolgere pubblici di tutte le età. Un progetto che ha contribuito anche alla valorizzazione di un'area di archeologia industriale, legato all'architettura futurista di Antonio Sant'Elia, che rischiava l'abbandono. Eventi di richiamo nazionale capaci di creare una vera diaspora dalle principali aree del Nord e dalle città limitrofe, di appassionati per i quali il sabato allo Spirit era diventata una stimolante routine irrinunciabile. Nella petizione, indirizzata alla proprietà delle Cristallerie Livellara e al sindaco di Milano Giuseppe Sala, i firmatari chiedono di riaprire il dialogo con la gestione del locale per individuare una soluzione condivisa o almeno una fase transitoria che permetta al progetto di proseguire altrove. Il timore è che venga disperso un patrimonio culturale e sociale costruito in oltre un decennio di attività, con ricadute anche sui circa sessanta lavoratori coinvolti. «Abbiamo fatto tutto il possibile per trovare una soluzione condivisa vantaggiosa per tutte le parti coinvolte», afferma il fondatore e gestore Luca Locatelli. «È una notizia che speravamo di non dover mai dare. Credevamo che si potesse arrivare a un accordo che consentisse di dare continuità a un progetto che in questi anni ha restituito vita e valore a uno spazio importante per la città».










