Gli uomini comuni, dopo tre anni, diventano un ricordo. Andreotti appartiene ormai alla storia, e così Craxi, e persino De Gasperi e Togliatti. Berlusconi no
Segui Il Giornale su Google Discover
Scegli Il Giornale come fonte preferita
Avevamo sbagliato il conto. Dicevamo che Silvio Berlusconi aveva sette vite, e i più generosi gliene attribuivano nove come ai gatti, perché lo avevamo visto schiacciato come un gatto sotto un corteo di Tir e rialzarsi ogni volta, scrollarsi la polvere di dosso e ripartire come se niente fosse. Adesso mi tocca correggermi. Ne aveva una in più, la decima, ed è quella che non si conta perché è eterna. Non parlo dell'«aldilà», dove spero stia raccontando barzellette a un pubblico che non può più cambiare canale. Parlo dell'«aldiquà». La prova è arrivata in questi giorni, e non da un teologo ma da un tribunale, anzi da due notizie nello stesso giorno.La gip di Firenze ha archiviato per la sesta volta in trent'anni l'accusa secondo cui Berlusconi e il suo Dell'Utri sarebbero stati i mandanti esterni delle stragi del 1993, le bombe che insanguinarono Firenze, Milano e Roma dopo il sangue di Falcone e Borsellino. L'assurdità di quel teorema l'ha già spiegata in questi giorni Tommaso Cerno, e non sto a rifarne il conto. Sei archiviazioni, scrivo bene, sei. Conviene intendersi sulla parola, perché archiviato non significa assolto in un talk show e non significa santificato in piazza, significa che per la giustizia, su quella pista, non c'è sostanza per andare avanti, e non c'era mai stata. Resta un dettaglio: il signor Berlusconi è morto il 12 giugno di tre anni or sono, e il codice penale stabilisce che la morte del reo estingue il reato. Un cadavere non si processa, non si assolve e non si archivia, se non nelle finzioni teatrali. Eppure il nome di un morto è rimasto inchiodato per tre anni a un'inchiesta dei vivi, trascinato di riapertura in riapertura come un manichino da esperimenti. Lo chiamerei vilipendio di cadavere, se non fosse che qui sta il punto bellissimo: cadavere, Silvio, non lo è mai stato.Del resto era fatto così da sempre. Sua madre, Rosa Bossi, raccontava che da ragazzo vendeva elettrodomestici, e che una vigilia di Natale si caricò sulle spalle un frigorifero, salì le scale fino al quinto piano e solo lassù si accorse di aver sbagliato palazzo. Ridiscese e ricominciò da capo, senza fiatare. La fatica non gli ha mai fatto paura e il verbo arrendersi non lo conosceva. È con quell'energia quasi fisica, prima ancora che con il talento politico, che ha tirato su quartieri, televisioni, giornali e un partito che ha cambiato la storia d'Italia. Milioni di italiani per questo lo hanno amato, milioni per questo lo hanno detestato, e nessuno è mai riuscito a ignorarlo.Lo si è visto al suo funerale, il 14 giugno 2023 davanti al Duomo di Milano, che non fu un funerale, ma una funzione scenica, con un'unica differenza rispetto al teatro: le lacrime erano tutte vere. Vennero in centinaia di migliaia, l'Italia sua amante di sempre, a salutare un uomo che fingeva benissimo di starsene immobile nella bara e che invece stava già studiando il modo di rialzarsi per fare marameo. Aveva lavorato fino all'ultimo, perché lavorare gli piaceva più che respirare, e quella testa non si è mai fermata. I magistrati, che di morti se ne intendono per mestiere, lo hanno capito prima di noi.La giustizia non è stata la sola a non darsi pace della sua assenza. Guarda la combinazione: negli stessi giorni è riesplosa un'altra storia che con Silvio non c'entrava nulla e invece c'entrava tutto. La grazia concessa dal presidente Mattarella a Nicole Minetti per ragioni umanitarie, cioè per accudire un figlio adottato e malato, è stata rovesciata non su una persona ma su un'intera epoca e sull'uomo che l'aveva marchiata a fuoco. La Minetti veniva dai processi del Rubygate, quelli in cui Berlusconi fu assolto sempre, fino in Cassazione. È bastato il profumo del berlusconismo perché un atto di clemenza verso una madre diventasse l'ennesimo capo d'imputazione contro un signore sepolto da tre anni.Mi verrebbe da chiamarlo accanimento, e invece la parola giusta è forse nostalgia, perché Berlusconi manca persino ai suoi nemici, a quelli che gli hanno costruito contro una carriera e che senza di lui non saprebbero più contro chi indignarsi. Gli uomini comuni, dopo tre anni, diventano un ricordo. Andreotti appartiene ormai alla storia, e così Craxi, e persino De Gasperi e Togliatti. Berlusconi no: lui continua a vivere nelle conversazioni, nelle liti, nei rancori e perfino nei riflessi condizionati, ancora amato e ancora detestato, ma da nessuno, mai, ignorato.











