A Dahiyeh, sobborgo di Beirut (in Libano) non ci vivono solo miliziani e dirigenti di Hezbollah. Ci vive tanta gente, di certo più di mezzo milione di persone. È considerata la roccaforte di Hezbollah. Ma sopra al canto del Muezzin, si sente il ronzio continuo dei droni di Israele.

Macerie a Dahyhia, Beirut (foto di Ivan Grozny Compasso)

Reportage a cura di Ivan Grozny Compasso.

A Dahiyeh, 1 di giugno, i segni degli attacchi israeliani della notte precedente, che è stata tremenda per chi vive qui, sono resi evidenti da quel che rimane di un edificio colpito e dal buco formatisi e dal quale esce ancora fumo. Tutto attorno è un gran brulicare di gente. C’è chi osserva e commenta e chi continua a fare le proprie attività, perché è questa la normalità qui. Oltre agli scooter di piccola cilindrata, per lo più mezzi scassati, che sbucano da ogni lato con più passeggeri a bordo, è il mezzo più utilizzato anche dalle famiglie visto il costo che la benzina ha raggiunto in Libano, non si possono non notare un numero davvero notevole di potenti T-Max. Si muovono così i miliziani di Hezbollah. Un piccolo ristorante di proprietà di un libanese, sciita, si affaccia proprio sulla piazza colpita e dalla quale osserviamo le operazioni di spegnimento del fuoco. Ci lavorano quattro giovani palestinesi e una signora del Bangladesh che passa lo straccio ininterrottamente. Dei bagni, della sala e quelli della cucina. Quando si avvicina viene spontaneo domandarle da quanto tempo lavorasse qui e se qui ci vivesse. "Con tutta la mia famiglia, da sei anni", ci dice con tono calmo e gentile. "Qui lavoro e soprattutto possiamo permetterci un appartamento dove possiamo stare tutta la famiglia. In altre zone di Beirut costerebbe troppo e poi ci sarebbe anche il problema del trasporto". Le chiediamo se non ha paura, indicando l’esterno. "Ovunque si può morire. Qui almeno abbiamo una casa. Sarebbe peggio finire sotto una tenda o chi sa dove. Per scappare ci vogliono soldi".