Anche ieri l’autostrada che da Beirut porta nel sud del Libano era intasata di automobili. La calma relativa continua a incoraggiare gli sfollati libanesi a tornare a casa, anche se molti non hanno più un tetto sotto cui ripararsi. Spari e boati improvvisi hanno ricordato a tutti la fragilità del cessate il fuoco e che le forze di occupazione resteranno in Libano, come ha ribadito più volte Benjamin Netanyahu. Ieri soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro un gruppo di libanesi vicino a un bulldozer che stava rimuovendo macerie nel quartiere di al-Deir, a Nabatieh al-Fawqa. Due i morti. Civili, affermano i libanesi che denunciano la violazione della tregua; «miliziani di Hezbollah», secondo Israele.

Quei colpi sono stati un segnale preciso inviato a Washington, dove ieri è cominciato il quinto round di colloqui diretti tra Israele e Libano, a livello di ambasciatori, in programma fino a domani al Dipartimento di Stato e al Pentagono. Netanyahu, in questo modo, ha fatto sapere che in Libano seguirà solo gli interessi del suo Paese e non rinuncerà all’uso della forza su ordine di Trump. Da parte sua, l’amministrazione statunitense fa il possibile per dare l’impressione che il negoziato stia facendo progressi reali, come quello con l’Iran. «Stiamo consentendo a Israele e al Libano di negoziare come due Stati sovrani», ha detto un funzionario statunitense, lasciando intendere che la trattativa ha lo scopo di isolare Hezbollah e di tenere in disparte il suo alleato Iran. Washington punta su vaghi meccanismi di de-escalation e su una possibile cooperazione militare tra l’esercito israeliano e quello libanese in porzioni di territorio sgombre dalla presenza di combattenti di Hezbollah. Eppure proprio l’accordo Iran-Usa ha minato le fondamenta dello Stato libanese, lasciandolo nella sua posizione più debole di sempre. L’intesa, infatti, offre a Teheran la facoltà di esercitare una rinnovata influenza politica sul Libano e ridà slancio a Hezbollah nella sua campagna militare e politica contro l’occupazione israeliana. Tel Aviv, da parte sua, non intende ritirarsi; al contrario, vuole consolidare la propria zona di sicurezza nel Libano meridionale. E intanto programma nuove avanzate.