Di fronte a violenza, corruzione e disuguaglianze, molti elettori privilegiano risultati immediati rispetto alla tutela dei diritti e delle istituzioni. Per questo, in America Latina crescono i leader illiberali. La soluzione per la democrazia è ricreare la fiducia con le persone al centro. L’analisi di Andrés Malamud, senior research fellow presso Institute of Social sciences dell’Università di Lisbona

L’illiberalismo dell’America Latina non riguarda l’ideologia, ma la sopravvivenza. Quando le democrazie non riescono a fermare la violenza delle gang o la corruzione, gli elettori iniziano a considerare i diritti fondamentali come un lusso e le istituzioni diventano, nella migliore delle ipotesi, un peso, nel peggiore dei casi complici. Anche il Cile, da tempo considerato un modello di riforma democratica graduale, ha rifiutato prima una costituzione progressista e poi una conservatrice, con gli analisti che attribuivano la reazione a un eccesso di potere delle élite. In Paesi come Perù e Guatemala, la frammentazione politica ha permesso quello che Paolo Sosa-Villagarcia e Moisés Arce chiamano “autoritarismo legislativo” dove il legislatore, piuttosto che l’esecutivo, governa attraverso negoziati tra élite e cattura dello Stato invece di rispettare la volontà del popolo. Questi regimi mantengono una facciata liberale, non si manifesta un eccesso di potere esecutivo, ma la legittimità democratica ne soffre comunque.