Ciò che accade negli Stati Uniti riguarda l’intero Occidente, il futuro della democrazia liberale in America ma anche in Europa. Sono lecite due domande. La prima è di carattere empirico: saranno i fatti a decidere quale sarà il punto di caduta. La seconda domanda è invece di carattere normativo e riguarda il dover essere, il modo in cui si intende la democrazia dei moderni. La prima domanda è la seguente: è più forte l’aspirante autocrate o sono più forti le istituzioni la cui funzione è di scoraggiare o impedire l’affermazione dell’autocrazia? La seconda domanda è invece di questo tenore: quale deve essere il punto di equilibrio fra la legittima esigenza di un governo eletto di rappresentare la volontà dei propri elettori e di mantenere le promesse ad essi fatte e l’altrettanto legittima esigenza che, in nome della volontà popolare, non si stravolga la trama complessa di cui è fatto un regime democratico moderno? Detta in altri termini: dove va collocato il confine fra democrazia liberale e democrazia illiberale? Donald Trump, applaudito da tanti suoi emuli europei (come Marine Le Pen ed altri) sta tentando di affermare il suo diritto di governare in nome del mandato popolare ricevuto indebolendo o annichilendo tutti i (forti) contropoteri che la Costituzione americana prevede per impedire l’affermazione di tirannie. Era questa la vera preoccupazione dei padri fondatori, dei costituenti di Filadelfia. Pur con tante trasformazioni nel corso della sua storia, l’America è sempre riuscita a tenere a bada l’animus dominandi, la volontà di potenza dei vari capi politici che si sono succeduti. Ci riuscirà anche questa volta? È plausibile ritenere che Trump di danni alla democrazia americana ne farà. Ma saranno danni tali da cambiare la natura del patto costituzionale su cui l’America si è fin qui retta? Non lo sappiamo naturalmente.
I confini del potere
il futuro delle forme di governo liberali o illiberali in America (e in tutto l’occidente)






