L’appuntamento è fuori dalla stazione. Il mio amico mi aspetta nella sua Mini Cooper. Ed eccola, dall’altra parte della strada. Dentro però non c’è nessuno. Attraverso la strada, con il telefono scatto una foto all’auto in doppia fila da mandare a Gianni. Una signora mi corre incontro, incerta sui tacchi alti, capelli scarmigliati, cappuccino in bilico. «Scusi! Ehi, perché mi sta fotografando la targa?!» dice aggressiva, convinta io sia un vigile in borghese in vena di multe. Noto, nascosta da un furgone bianco, una Mini Cooper più malandata. Dopo rapide scuse, raggiungo l’auto che ci porterà dalla stazione di Venezia-Mestre ai boschi della Slovenia dove trascorreremo un weekend di pesca con mosca giurando che, se adescheremo qualche trota marmorata, la rilasceremo subito. L’auto risale all’epoca del crollo delle Torri Gemelle. E si sente. La tappezzeria, staccatasi anni fa, pende come il soffitto di un teatro fatiscente, solleticando il cranio. M’infilo un cappello da baseball e puntiamo verso i fiumi sloveni. Sull’autostrada, la laguna rapisce lo sguardo. Per letterati come noi, (visto che anche chi è al volante con coppola crema, Gianni Dubbini, è scrittore) impossibile non evocare Hemingway che a Torcello scriveva romanzi e cacciava anatre. Dal campanile vedeva Fossalta, dove nel 1918 era stato ferito sul Piave, che attraversiamo senza quasi accorgercene: 300 mila italiani e 30 mila sloveni morti sull’Isonzo, i fiumi di Ungaretti, i massacri immortalati da Malaparte. Ai tempi di Hemingway, a guerra come a caccia o a pesca, si uccideva. Nel nostro caso (per ora), si tratta di liberare (le trote).
Una Mini sgangherata e due scrittori al volante: a pesca di trote fingendosi Hemingway
L’appuntamento è fuori dalla stazione. Il mio amico mi aspetta nella sua Mini Cooper. Ed eccola, dall’altra parte della strada. Dentro però non c’è nessuno. Attraverso la strada, con il telefono scatto una foto all’auto in doppia fila da mandare a Gianni. Una signora mi corre incontro, incerta sui tacchi alti, capelli scarmigliati, cappuccino in bilico. «Scusi! Ehi, perché mi sta fotografando la targa?!» dice aggressiva, convinta io sia un vigile in borghese in vena di multe. Noto, nascosta da un furgone bianco, una Mini Cooper più malandata. Dopo rapide scuse, raggiungo l’auto che ci porterà dalla stazione di Venezia-Mestre ai boschi della Slovenia dove trascorreremo un weekend di pesca con mosca giurando che, se adescheremo qualche trota marmorata, la rilasceremo subito. L’auto risale all’epoca del crollo delle Torri Gemelle. E si sente. La tappezzeria, staccatasi anni fa, pende come il soffitto di un teatro fatiscente, solleticando il cranio. M’infilo un cappello da baseball e puntiamo verso i fiumi sloveni. Sull’autostrada, la laguna rapisce lo sguardo. Per letterati come noi, (visto che anche chi è al volante con coppola crema, Gianni Dubbini, è scrittore) impossibile non evocare Hemingway che a Torcello scriveva romanzi e cacciava anatre. Dal campanile vedeva Fossalta, dove nel 1918 era stato ferito sul Piave, che attraversiamo senza quasi accorgercene: 300 mila italiani e 30 mila sloveni morti sull’Isonzo, i fiumi di Ungaretti, i massacri immortalati da Malaparte. Ai tempi di Hemingway, a guerra come a caccia o a pesca, si uccideva. Nel nostro caso (per ora), si tratta di liberare (le trote).








