Nella Galleria Nazionale dell’Umbria è in corso, fino al 14 giugno, una delle mostre più riuscite degli ultimi anni: Giotto e san Francesco. Una rivoluzione nell’Umbria del Trecento, brillantemente concepita e curata da Veruska Picchiarelli ed Emanuele Zappasodi.
Il titolo, in parte motivato dall’ottavo centenario della morte di san Francesco, non allude a impossibili incontri tra Giotto e il fondatore dell’Ordine dei Frati Minori, bensì alla centralità assoluta della basilica francescana di Assisi. Fu lì che, intorno al 1290, si manifestò con evidenza il genio di quel maestro che, secondo le parole di Cennini, «rimutò l’arte del dipingere di greco in latino e ridusse al moderno».
L’ambizione della mostra, peraltro accompagnata da uno splendido catalogo edito da Silvana Editoriale, è quella di misurare l’impatto che la rivoluzione giottesca ebbe sugli artisti attivi in Umbria tra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento. Si tratta però di un’impresa non semplice, perché Giotto lavorò a più riprese, e nell’arco di circa vent’anni, all’interno del cantiere assisiate, proponendo ogni volta idee e soluzioni radicalmente nuove. Il suo lascito in Umbria fu dunque molteplice e in continuo divenire; soprattutto investì pittori di generazioni diverse e di statura diseguale, ma quasi tutti accomunati da quell’accensione espressiva che Roberto Longhi definì, con felice intuizione, «la passione degli umbri».















