Sono passati poco più di due mesi da quando Niccolò IV, il primo Papa francescano della storia, è salito al soglio di Pietro. E’ l’inverno del 1288 e a maggio ha già firmato la bolla che rivoluzionerà per sempre la storia dell’arte. E’ ora esposta, sotto teca, alla Galleria Nazionale dell’Umbria, a Perugia. Documento fondamentale da cui partire per parlare di una mostra che celebra l’ottavo centenario del Transitus di san Francesco, 1226. Ma sarebbe meglio dire una mostra che indaga e scopre, “Giotto e San Francesco. Una rivoluzione nell’Umbria del Trecento”, a cura di Veruska Picchiarelli ed Emanuele Zappasodi, che fino a metà giugno celebra in modo non scontato la figura di san Francesco raccontandone l’influenza spirituale e iconografica nella storia dell’arte. Francesco, anche da questo punto di vista, è stato un unicum (e un evergreen, anche) tanto che il direttore della GNU, Costantino D’Orazio, a Palazzo Baldeschi di Perugia, ha apparecchiato persino l’esposizione “San Francesco nostro contemporaneo. Arte e spiritualità da Burri a Pistoletto”, collettiva che rilegge l’eredità culturale del santo attraverso alcuni tra i più significativi artisti del Novecento e dei primi anni Duemila, tra cui Michelangelo Pistoletto ed Emilio Isgrò.Alla Galleria Nazionale dell’Umbria “Giotto e San Francesco. Una rivoluzione nell’Umbria del Trecento” fino al 14 giugnoMa il gran tema di Perugia è riscoprire l’origine di una così fortunata iconografia francescana. Assisi per Papa Niccolò è Ecclesia specialis, caput e mater dell’ordine francescano: la bolla stabilisce, in deroga alle decisioni precedenti, che le elemosine raccolte sulla tomba di Francesco e alla Porziuncola sarebbero dovute servire a rilanciare una nuova campagna decorativa della Basilica Superiore. E’ quindi su ponteggi impalcati dai desideri papali che salta il baldo Giotto di Bondone (fulmineo: nessuno lo ha visto arrivare e ancora oggi gli storici s’interrogano su chi abbia deciso, in ultima istanza, la sua nomina). Il mandato francescan-papale è netto: Francesco è l’“Alter Christus”, la cui vita e opere devono essere narrate in maniera chiara e senza possibilità di fraintendimenti.A poco più di vent’anni, Giotto, il ragazzo della valle del Mugello, si ritrova a dover rappresentare un santo che ha biograficamente sfiorato (sebbene parliamo di quattro decenni di distanza tra la morte di Francesco e la nascita di Giotto) ma che in Umbria, e ad Assisi in particolare, è più vivo, presente e sentito che mai. La sfida – dipingere la spiritualità di Francesco, santo per la sua gente prima ancora del proclama di Madre Chiesa – richiede un linguaggio nuovo. C’è, è vero, la Legenda Maior di Bonaventura da Bagnoregio che funge da solida “Bibbia”, scrigno di storie da seguire con dovizia, ma è sulla figura umana e sulle forme (fisiche) di Francesco che Giotto si gioca la sua battaglia più importante, portandosi a casa una vittoria che condizionerà per sempre la storia dell’arte.Veruska Picchiarelli parla, a questo proposito, di una “rivoluzione dello sguardo”. “Quando il divino entra nello spazio del corpo e nella trama della vita quotidiana, nasce una rivoluzione dello sguardo. La storia dell’arte conosce momenti in cui un cambiamento stilistico coincide con una trasformazione più profonda della sensibilità religiosa e culturale”. Ed è questo che accade, tra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento, quando la spiritualità di Francesco incontra la ricerca figurativa di Giotto, dando origine a un modo nuovo di concepire con intensità inedita la dimensione umana dell’esperienza religiosa. Nel corso del Duecento, va detto, la pittura italiana era ancora fortemente legata alla tradizione bizantina della cosiddetta maniera greca: figure stilizzate, spazi astratti, immagini concepite come simboli fuori dal tempo. Con Giotto il linguaggio cambia: l’immagine si organizza secondo rapporti spaziali più credibili e relazioni emotive tra i personaggi. Ciò che viene dipinto assume peso specifico e consistenza.Assisi, con Giotto, diventa “fabbrica francescana” per eccellenza di una spiritualità fatta di carne, sangue e sudore, quella per cui il divino si coglie soprattutto nella semplicità della vita quotidiana. Prima nelle Storie di Isacco – esordio inaspettato e bruciante di Giotto ad Assisi che lasciò esterrefatti i contemporanei – e poi con l’ampia decorazione della Leggenda Francescana, che ha il suo culmine nella immedesimazione di Francesco in Gesù con la rappresentazione delle stimmate, si conia un codice figurativo di cui Francesco è diretto ispiratore. La novità della Basilica Superiore deflagrerà ovunque.In mostra alla Galleria Nazionale di Perugia questo è ben raccontato nella prima sala dove spicca un prestito notevole – non a tema francescano, ma utile a chiarire il quadro: è il Polittico di Badia degli Uffizi e racconta, con quell’inclinazione del volto della Madonna, il movimento della mano, la direzione degli sguardi, quanto Giotto, complice la lezione francescana, si sia inventato una “pittura di relazione”. Passato il tempo delle icone da idolatrare, la pittura non è più una rappresentazione distante, ma uno spazio popolato da figure vive, così come popolata di vita e di aneddoti è la religiosità di Francesco. Da questa prospettiva la pittura di Giotto può essere letta anche come la traduzione visiva di una trasformazione più ampia della sensibilità religiosa: la spiritualità di Francesco aveva infatti introdotto una nuova attenzione per la concretezza dell’esperienza umana e per la dimensione affettiva. Francesco è il santo della fraternità, della commozione e della vicinanza alla natura (spesso tirato per il saio, in tempi recenti, da un ecologismo di maniera e di poca cristiana sostanza). Il Francesco di Giotto è circondato da sfondi rocciosi e cieli azzurri e non più dai fondi oro medievali (come faceva il Maestro di San Francesco che possiamo ammirare a Santa Croce, a Firenze): il nuovo Francesco giottesco è Santo del e nel Creato. Ed è narrato secondo un modello sequenziale. Una serie, insomma. Per cui il ciclo narrativo, monumentale e strabiliante, della Basilica di Assisi è un racconto per immagini della sua biografia ufficiale resa comprensibile a tutti, con tanto di topoi narrativi – oggi diremmo i “classiconi” – che da Giotto in avanti sono diventati dei must della storia dell’arte: la rinuncia agli averi, la predica agli uccelli, il presepe di Greccio.Giotto ci regala un Francesco magniloquente: il suo volto prova stupore, dolore, tenerezza, le mani sono giunte in preghiera o pronte per ricevere le stimmate, in modo naturale. Come naturale è la rappresentazione del saio in tutta la sua fisicità: con Giotto, per la prima volta nella storia dell’arte, percepiamo la consistenza materica, la ruvidezza dell’abito-simbolo dei francescani. E’ tanta roba, questa rivoluzione giottesca. Ma c’è un’altra parte della storia che la mostra perugina ci aiuta a decodificare. Dopo Giotto, Assisi e l’Umbria tutta diventano palcoscenico di nuove “declinazioni visive francescane”: ecco allora la “svolta gotica” delle decorazioni della Basilica, imposta da Simone Martini e da Pietro Lorenzetti sul calar del secondo decennio del Trecento, e poi ancora il proliferare di pittori del centro Italia capaci di portare da Perugia a Gubbio, da Orvieto a Terni la nuova sensibilità. Nomi solo apparentemente secondari della storia dell’arte che hanno invece contribuito a declinare l’immaginario di Francesco, a renderlo più sfaccettato: sono il Maestro della Croce di Gubbio, Palmerino di Guido, già chiamato poeticamente l’Espressionista di Santa Chiara, o Puccio Capanna (una delle scoperte più interessanti della mostra). Proprio su quest’ultimo, e in particolare su un frammento struggente di una sua Maestà con i santi Chiara e Francesco, affresco del 1341 di cui rimangono solo lacerti, si chiude la mostra. L’intelligenza emotiva di Capanna mostra un dialogo tra il Bambin Gesù e Francesco dove quest’ultimo appare con la bocca dischiusa e le gote arrossate: è un Francesco dal respiro sospeso per l’emozione di trovarsi davanti all’Epifania di un Dio fatto Uomo e ci pare quasi un innamorato in trepidante attesa. Quando si tratta di rappresentare la complessità di Francesco persino l’innovativa impostazione giottesca alla lunga non basta più: come dice al Foglio Veruska Picchiarelli, “viene scalfita dalla passionalità umbra”.
L’arte di essere San Francesco. Una mostra alla Galleria Nazionale dell’Umbria
Giotto e gli altri “maestri” che hanno trasformato l’immagine della fede e la pittura italiana. Una “rivoluzione dello sguardo” nata dalla nuova spiritualità del Poverello che ha cambiato per sempre anche il modo di dipingere la realtà







