La spinta all’innovazione delle imprese, anche di piccole e medie dimensioni, dipende dai giovani. Lo sa bene il Sud dove nel 2025 hanno operato 2.825 startup e Pmi innovative (sul totale di 14.978 in Italia), con la Campania seconda in assoluto a quota 1.521. La crescita si mantiene costante, nonostante il modesto afflusso di risorse dal private equity, e in ogni caso spiega perché la competitività del Mezzogiorno nel digitale è salita di molto negli ultimi anni (l’ultimo report di Ambrosetti lo colloca al secondo posto nell’export manifatturiero di alta tecnologia dell’intera area euro-mediterranea).
Il fatto è che tra skill che non si trovano, calo demografico (il Sud ne soffre di più) e la cosiddetta “fuga dei cervelli” le imprese anche al Sud fanno sempre più fatica a trovare competenze under 35, con un impatto preoccupante sulla capacità di innovare processi e prodotti. Eloquenti e in parte inediti i dati presentati ieri alla Conferenza nazionale delle Camere di Commercio a Capaccio Paestum. Risorsa mare più forte delle incertezze: 172mila nuovi posti nei prossimi 5 anniL’invecchiamento della forza lavoro non è solo un’emergenza demografica «ma un freno alla competitività, alla produttività e alla transizione digitale e sostenibile delle imprese», spiega il presidente di Unioncamere Andrea Prete illustrando quanto emerge dal lavoro del Centro Studi Tagliacarne del sistema camerale, sulla base di elaborazioni originali e da fonti istituzionali. Il mercato C’è un dato in particolare che balza agli occhi: le aziende capaci di attrarre e trattenere talenti under 35 segnano un +7,2% di produttività e, come documenta l’Istat, sono proprio quelle con più giovani a corrono più delle altre, registrando una crescita del fatturato e dell’occupazione superiore di 1,5 punti percentuali. È una tendenza, però, limitata nel tempo, come detto: perché «la propensione a fare innovazione di processo cresce fino ai 36 anni di media degli occupati e quella di prodotto fino ai 42, per poi flettere vistosamente», spiega lo studio. E ancora: «Data la composizione attuale della forza lavoro, il risultato è che il 60% delle imprese italiane ha già superato la soglia anagrafica oltre la quale cala la spinta a innovare» (anche questo è un elemento basato sul monitoraggio dell’Istat).L’unica, ipotetica possibilità di invertire la rotta, permettendo alle imprese di rafforzare la loro competitività internazionale (l’obiettivo dei 700 miliardi di export a fine anno è ancora possibile, sottolinea il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, collegato da remoto) è favorire il rientro di chi all’estero c’è andato per lavoro e non solo per completare la sua formazione. Per l’Istituto Tagliacarne, basterebbe riportare a casa la metà dei giovani expat per produrre un beneficio stimato in 12 miliardi di euro, pari a mezzo punto del Pil. E siccome fuori Italia ci sono soprattutto giovani provenienti dal Sud, ecco che qui l’impatto sarebbe decisamente maggiore. Le stime Unioncamere mostrano del resto che se si riuscisse a far rientrare anche solo la metà dei 20-34enni emigrati negli ultimi cinque anni (poco più di 250 mila), si genererebbe un impatto economico fino a 12 miliardi di euro, pari a circa mezzo punto di Pil.Rotte del Mediterraneo: il Piano Mattei rafforza l’asse con il MaroccoSi può fare? «Le nuove generazioni vivono con minori barriere culturali, territoriali e sociali rispetto al passato – avverte il presidente Prete -, grazie ad iniziative come l’Erasmus si sentono naturalmente cittadini europei. È un cambiamento culturale profondo, che parla di una nuova idea di vita, famiglia e realizzazione personale. Valorizzare la loro creatività e la capacità di innovazione richiede uno sforzo comune. Le Camere di commercio sono però in campo e pronte a fare da ponte tra imprese e sistema della formazione». Ce n’è bisogno perché il valore del capitale umano emigrato tra il 2011 e il 2024 è pari a ben 159,5 miliardi di euro (il 7,5% del PIL nazionale) secondo dati Cnel. L’attrattività La sfida è l’attrattività, conferma anche l’ex premier Enrico Letta, collegato da remoto: «La libertà della conoscenza è uno dei capisaldi del modello Europa – dice –: i talenti si formano fuori dai loro Paesi di provenienza ma noi dobbiamo essere bravi ad attrarli, un po’ come stanno facendo gli spagnoli con i giovani dei Paesi latino-americani. L’Italia deve fare lo stesso perché le affinità culturali con altri Paesi le abbiamo anche noi». Si potrebbe intanto riconoscere la validità nei singoli Stati Ue dei diplomi universitari europei “superando un sovranismo che finisce solo per far pagare costi altissimi», dice Letta. Intanto il mercato del lavoro parla chiaro: negli ultimi vent’anni gli occupati over 50 sono raddoppiati (passando dal 20% a circa il 40%), mentre la quota degli under 35 è crollata dal 35% a meno del 25% (Cnel). Le imprese cercano sempre i giovani ma lo scorso anno, come ricorda il Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, il 48% di queste posizioni era considerata difficile da coprire soprattutto per assenza di candidati. E in prospettiva, tra il 2026 e il 2029, considerando la domanda delle imprese e della PA e il numero di giovani in uscita dall’Università, potrebbero mancare oltre 13mila laureati Stem l’anno, soprattutto ingegneri, economisti e medici.











