Solo il 4% degli imprenditori agricoli italiani ha meno di 35 anni. È il dato che, più di altri, racconta una contraddizione dell’agroalimentare italiano: il settore corre sui mercati internazionali, batte record di export, vale quasi tre volte la moda in termini di valore aggiunto, ma nelle campagne il ricambio generazionale resta ancora troppo lento. E non è solo una questione di età.
Il confronto con l’Europa. Secondo il Rapporto Strategico 2026 di TEHA Group, l’età media dei titolari delle imprese agricole italiane è di 60 anni. L’Italia è il terzo Paese dell’Unione europea per anzianità degli imprenditori agricoli, due anni sopra la Spagna e nove sopra la Francia. Gli under 35 sono appena il 4% del totale, contro una media europea del 6%, mentre gli over 65 arrivano al 45%, contro il 34% della media UE. In pratica, nel nostro Paese il rapporto è di dieci a uno.
Le aziende gestite da under 35 sono più tecnologiche e più produttive
Il dato non riguarda soltanto l’età di chi lavora la terra. Riguarda anche la produttività. Le imprese agricole guidate da under 35 risultano mediamente più performanti: il 53% supera i 25mila euro di produttività per ettaro, contro il 28% delle aziende condotte da imprenditori over 65. Il ricambio generazionale, quindi, non è solo una questione sociale o occupazionale, quanto piuttosto un’urgenza per alzare la competitività di un settore che si conferma fondamentale per l’economia italiana, di cui vale circa 5 punti percentuali del Pil, e che fuori dai confini italiani, non è mai stato così forte.








