La politica non guarda più la carne viva del paese. Si attarda in dispute da salotto come se agli italiani importasse questa liturgia piuttosto che il valore simbolico della giornata. La ricchezza netta delle famiglie italiane ha raggiunto 12.326 miliardi di euro. Un numero che sembra smentire qualunque discorso sulla povertà. Ma è ingannevole: quel patrimonio è per larga parte fatto di mattone. Le abitazioni costituiscono il 75% della ricchezza delle famiglie collocate nella metà più povera della popolazione. La casa di proprietà — eredità di una cultura, di una scelta politica, di un’epoca in cui lo Stato non garantiva pensioni adeguate né servizi sufficienti — è diventata il welfare privato degli italiani. Si comprava la casa perché non ci si poteva fidare di nient’altro. Si comprava e ci si indebitava. Il risultato è una sperequazione che i numeri fotografano con precisione: il 5% più ricco detiene il 46% della ricchezza netta totale. Il 50% più povero meno dell’8%. L’indice di Gini sul patrimonio (misura della diseguaglianza della ricchezza) è salito da 0,67 a 0,71 nell’ultimo decennio.

Proviamo un esercizio: togliamo la prima casa dal calcolo. Scorporiamo quell’attivo illiquido — invendibile nei piccoli comuni del Sud, inavvicinabile per i giovani nelle grandi città. Quello che rimane è la fotografia reale di un paese in cui la ricchezza finanziaria liquida — quella che genera reddito, opportunità, mobilità sociale — è concentrata in pochissime mani. Le stesse che la tramanderanno ai propri figli, praticamente esentasse. Il confronto con la Germania illumina il paradosso. I tedeschi hanno una ricchezza mediana di appena 70.000 euro, contro i 115.000 degli italiani, eppure godono del reddito disponibile pro capite più alto d’Europa. Il 53% di loro vive in affitto, ha redditi più alti e un welfare che non obbliga a costruirsi una fortezza di mattoni per sopravvivere. L’Italia appare più ricca, ma è più povera di servizi pubblici. E quella stessa ricchezza immobiliare viene usata come argomento per non fare nulla: poiché gli italiani sono proprietari di casa, si conclude che non siano poi così poveri. È un inganno statistico che dura da decenni. La politica lo conosce ed evita di parlare di «patrimoniale» per il timore di perdere consensi. Per capire di cosa stiamo parlando, basta un esempio. Una famiglia media contrae un mutuo con rate che assorbono il 20% dello stipendio.