di
Camilla Sernagiotto
Le principali abilità cognitive (memoria, problem solving, orientamento spaziale e cognizione sociale) non coincidono necessariamente tra loro e non possono essere ridotte a un’unica misura
Capire che cosa significhi davvero «intelligenza» in un animale domestico è meno intuitivo di quanto suggerisca lo sguardo affezionato con cui si osservano cani e gatti nella vita quotidiana. La rivista statunitense Popular Science ha dedicato un approfondimento al modo in cui viene interpretata - spesso in maniera semplificata o fuorviante - l’intelligenza degli animali domestici, riportando al centro del dibattito un tema che interessa sempre più proprietari di cani e gatti: come si misura davvero la loro capacità cognitiva.
Il punto di partenza è una precisazione fondamentale, spesso ignorata nella divulgazione pop: le principali abilità mentali degli animali, dalla memoria al problem solving, passando per l’orientamento spaziale e la cognizione sociale, non procedono necessariamente insieme e non si sommano in un’unica scala lineare. Si tratta di competenze distinte, che possono svilupparsi in modo indipendente le une dalle altre e che restituiscono profili cognitivi molto diversi da individuo a individuo. Proprio per questo, sottolineano gli esperti citati nell’analisi di «PopSci», l’idea di poter attribuire un «livello di intelligenza» unico e sintetico a un cane o a un gatto è scientificamente debole. Ne consegue che non esiste un test rapido, immediato o addirittura virale - come quelli che circolano sui social network, primo tra tutti il «test della parete» - in grado di stabilire in modo affidabile quanto un animale sia intelligente.









