Il sopravvissuto alla strage di Amendolara racconta le minacce con coltello, mentre un altro testimone parla della telefonata in cui Alì confessa gli omicidi.
di CHIARA FAZIO
CASTROVILLARI – «Stamattina io e questi ragazzi con cui lavoravamo insieme, siamo stati presi da Alì, il conducente del mezzo su cui viaggiavamo. Il ragazzo a lato passeggero ha preso un coltello e l’ha messo alla gola di uno dei ragazzi che viaggiava con noi. Io mi trovavo seduto dietro. Il conducente era vestito di nero ed è il “capo”». Ha inizio così la drammatica testimonianza, ripresa dal gip nell’ordinanza di convalida dei fermi, di Taj Mohammad Alamyar, unico sopravvissuto alla strage di Amendolara, in cui due braccianti afghani e uno pakistano hanno perso la vita, bruciati vivi in un minivan sulla Statale 106.
Il “capo” di cui parla è Alì Raza, uno dei due pakistani arrestati con l’accusa di omicidio plurimo e pluriaggravato e tentato omicidio e attualmente detenuto nel carcere di Castrovillari, insieme al complice, Safeer Ahmed. Taj, scampato miracolosamente alla trappola di fuoco, svela agli inquirenti l’antefatto, parlando della lite, avvenuta la mattina prima della tragedia «per il mancato contratto».










