di
Margherita De bac
Il ministro della Salute cerca una soluzione. Più di mille i poliambulatori da aprire
Non un «blocco» della cosiddetta riforma. Ma un «diverso modo» di centrare un obiettivo irrinunciabile, ritenuto fondamentale per il rilancio del servizio sanitario nazionale: l’apertura delle Case di comunità entro i tempi previsti, prossimi alla scadenza. Il ministero della Salute, per evitare di impantanarsi in un conflitto di difficile soluzione, avrebbe imboccato una strada alternativa. Un accordo con i medici di famiglia per garantire che queste figure, necessarie al funzionamento delle nuove strutture di quartiere, entrino a farne parte, integrandosi completamente e in modo stabile nella rete delle cure primarie. Ma di buon grado, senza tirarli per i capelli come avrebbe rischiato di fare il provvedimento presentato a metà aprile dal ministro Orazio Schillaci a tutte e 21 le Regioni di centrodestra e centrosinistra.
L’annuncio era stato accolto molto male dalla categoria, ostile fin dalle prime battute al cambiamento di status contrattuale. Da liberi professionisti — legati da sempre al servizio sanitario nazionale con un rapporto di convenzione — a dipendenti. Più o meno come tutti i colleghi ospedalieri. Dopo aver proclamato lo stato di agitazione, la Fimmg — il sindacato numericamente più rappresentativo (neutrale lo Snami, sebbene in polemica) — aveva minacciato anche lo sciopero se il progetto fosse andato avanti.








