Nei giorni scorsi è stata diffusa, seppur timidamente, la notizia dell’assoluzione in appello dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa ottenuta dall’ex senatore Antonio Caridi (Forza Italia), di cui il Senato autorizzò l’arresto chiesto dalla procura di Reggio Calabria nel lontano agosto 2016. Ciò di cui non si è parlato è il contesto in cui si è inserita l’assoluzione di Caridi. Si tratta del maxi processo denominato “Gotha”, istruito dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, all’epoca guidata da Giovanni Bombardieri (oggi procuratore di Torino), e nato dalla riunificazione di numerose inchieste dai titoli altrettanto allusivi (alla faccia della presunzione di innocenza): “Mamma Santissima”, “Reghion”, “Fata Morgana”, “Alchimia” e “Sistema Reggio”. Con quelle indagini, la procura riteneva di aver fatto luce sulla componente riservata della ’ndrangheta, un direttorio capace di dettare gli indirizzi politici degli enti pubblici, attraverso intrecci tra mafia, politica e massoneria. Il maxi processo è crollato in maniera clamorosa in appello, non solo per l’assoluzione di Caridi (che era già stato assolto in primo grado). I giudici della Corte d’appello di Reggio Calabria, infatti, hanno anche assolto: l’ex deputato socialdemocratico Paolo Romeo, condannato in primo grado addirittura a 25 anni di reclusione per associazione mafiosa; l’avvocato Antonio Marra, anche lui condannato in primo grado a 17 anni di carcere con l’accusa di associazione mafiosa; Francesco Chirico, condannato in primo grado a 16 anni di reclusione; pure un prete, don Pino Strangio, che era stato condannato a 9 anni e 4 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa; e infine persino un imputato nel frattempo morto, l’ex sottosegretario regionale Alberto Sarra, deceduto improvvisamente un mese fa, condannato in primo grado a 13 anni (i giudici hanno deciso di entrare nel merito e assolverlo anziché dichiarare estinto il reato per morte dell'imputato). Oltre ottanta anni di carcere spazzati via in un colpo solo.Insomma, del maxi processo non è rimasto quasi nulla, a parte le sofferenze patite in tutti questi anni dagli imputati. In un’intervista al Corriere della sera, Caridi ha parlato dei 18 mesi trascorsi in carcere “con i topi che mi venivano tra i piedi quando ero in bagno”. “Ho avuto pensieri suicidi ma ne sono venuto a capo”, ha raccontato, ricordando le modalità con cui il Senato diede il via libera al suo arresto: “La richiesta di autorizzazione a procedere nei miei confronti fu votata in meno di otto giorni. Solo l’ordinanza di arresto erano seimila pagine. Poi vi erano le informative. Nessuno poteva leggere un atto di accusa monumentale in un tempo così breve. Cinque Stelle, Pd e Lega decisero il mio arresto. Li ricordo mentre giocavano distratti con gli smartphone. Quella sera uscii dall’aula e andai a Rebibbia a consegnarmi”. “C’è più umanità a Rebibbia che nell’aula del Senato”, ha affermato Caridi.Don Pino Strangio, già rettore del Santuario di Polsi, attualmente parroco a Careri, paesino dell’entroterra nella Locride, si è lasciato andare a un pianto liberatorio dopo la lettura della sentenza che lo ha assolto. Poi ha scelto di non commentare e di osservare il silenzio, come ha fatto fin dall’inizio della vicenda giudiziaria che ha stravolto la sua vita.Danilo Sarra ha ricordato suo fratello Alberto, ex consigliere regionale, morto un mese fa ma assolto nel merito: “Alberto era convinto della sua innocenza e della sua assoluzione. Dispiace a me e a tutti noi familiari che non abbia potuto gioire quando era ancora in vita. Sarebbe bastato poco e sarebbe stata una consolazione”. L’avvocato Antonio Marra, anche lui assolto, ha invece posto la domanda cruciale su cui tutte le istituzioni e l’opinione pubblica dovrebbero interrogarsi: “E’ accettabile un sistema che consente che, a distanza di dieci anni, si accerti l’innocenza di una persona dopo averne di fatto distrutto la vita professionale e umana? Non è forse doveroso interrogarsi su un modello che fa acqua da tutte le parti?”.