Quando è arrivata la seconda assoluzione, cinque giorni fa, Antonio Caridi è tornato con la mente al giorno in cui tutto cominciò. All’aula del Senato, alla richiesta di autorizzazione a procedere, al voto che aprì la strada al suo arresto nell’ambito dell’operazione Gotha, l’inchiesta della Procura di Reggio Calabria che lo aveva indicato come parte della cosiddetta “mammasantissima” reggina. L’ex senatore di Forza Italia, oggi 57enne, ha raccontato la sua versione in un’intervista al Corriere della Sera, firmata da Ilaria Sacchettoni, ripercorrendo il passaggio più duro della sua vita: l’accusa di associazione mafiosa, il carcere, la solitudine istituzionale, la battaglia giudiziaria e infine il proscioglimento per insussistenza del fatto.

Il voto in Senato e l’arresto: “Nessuno poteva leggere tutto in otto giorni”

Caridi ricorda innanzitutto il momento politico che precedette l’arresto: “La richiesta di autorizzazione a procedere nei miei confronti fu votata in meno di otto giorni. Solo l’ordinanza di arresto erano seimila pagine. Poi vi erano le informative. Nessuno poteva leggere un atto di accusa monumentale in un tempo così breve”. Il voto arrivò comunque. E, secondo il racconto dell’ex senatore, arrivò in un clima che ancora oggi considera segnato da superficialità e distacco. “Cinque Stelle, Pd e Lega decisero il mio arresto. Li ricordo mentre giocavano distratti con gli smartphone. Quella sera uscii dall’aula e andai a Rebibbia a consegnarmi. Mia moglie, con cui ero sposato da sei mesi, era già avvisata”. Da lì iniziò il crollo. L’uomo politico, assediato da telecamere e taccuini, si trovò improvvisamente al centro di una narrazione pubblica devastante. “Attraversai una sorta di crisi identitaria: ‘Davvero sono io quello di cui parlano? Ho commesso queste cose orribili?’”.