Cosenza, 6 giugno 2026 – Un mare magnum di attività agricole disseminate su quella che è la pianura più estesa della Calabria, ossia la Piana di Sibari. Poco meno di 500 chilometri quadrati, il fulcro dell’ortofrutta calabrese celebre per gli agrumi (le Clementine di Calabria Igp) e la frutta estiva (pesche nettarine e albicocche).

Basandosi sui report di settore, come quelli di Arsac, Istat, Flai Cgil e osservatorio Placido Rizzotto, sono tra le 3.000 e le 3.500 le aziende regolari, spesso di piccole e medie dimensioni, ma aggregate in potenti associazioni. Mentre gli operai agricoli (iscritti negli elenchi a tempo determinato) arrivano a 11.400, a fronte di 3.400-3.500 lavoratori stranieri sempre regolari.

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È sotto questa apparente normalità di numeri, registri e documenti ufficiali che bisogna scavare e rimuovere la coltre grigia sotto la quale si annida il caporalato. “Quando vado alle riunioni con gli imprenditori per proporre servizi di assistenza ai braccianti, come il trasporto gratuito – spiega Giovanni Manoccio, 67 anni, sindaco di Acquaformosa dal 2004 al 2014, poi responsabile per l’immigrazione della Regione con Mario Oliverio e dal 2019 presidente dell’associazione ’Don Vincenzo Matrangolo’ – emerge spesso una sorta di ’deresponsabilizzazione sociolavorativa’”. In sostanza, secondo Manoccio, una buona parte delle aziende che regolarizza gli stranieri poi chiude gli occhi su come avviene la gestione dei lavoratori stagionali e a chi è appaltata.