Pubblichiamo alcuni passaggi dell’intervista esclusiva a Marco Poggi, in onda questa sera a “Quarto Grado”, condotto da Gianluigi Nuzzi con Alessandra Viero su Retequattro. Se ti chiedessi di raccontare il tuo dramma, anche se fatichi a vestire i panni della vittima di questa storia, partiresti dal 13 agosto 2007 o dalla rabbia che hai provato nell'ultimo anno e mezzo?«Per quanto possa esser stato difficile e devastante quest'ultimo anno e mezzo, niente può essere paragonato ai primi anni, dopo quel 13 agosto». Quella del 13 agosto 2007 - in realtà per voi del 5 agosto del 2007 - era la prima vacanza in cui Chiara rimaneva da sola a casa a Garlasco per stare con il suo fidanzato. Ricordi la mattina della vostra partenza?«No, onestamente no. Questo purtroppo è un ricordo che è sfumato completamente e mi spiace. Non mi ricordo l'ultimo saluto, non lo ricordo più».Intervistando tuo papà Giuseppe, so che lui ha provato ancora dal cancelletto a dirle: "Dai Chiara, se hai cambiato idea vieni, sono le 6 della mattina, aspettiamo mezz'ora, facciamo una valigia e vieni con noi".«Non lo metto in dubbio che ci abbia provato e l'ha fatto veramente». Voi siete partiti con un'altra famiglia di amici. Il 13 agosto dove eravate quando hanno cercato di darvi la notizia che a Garlasco era successo qualcosa di molto grave?«Eravamo in montagna, ci eravamo divisi: io, mio papà e alcuni amici eravamo andati a fare una passeggiata un po' lunga, mentre mia mamma e una nostra amica, che era la mamma di Alessandro Biasibetti, erano invece andate a fare un giro a San Vigilio, credo». Ci sono le foto di voi in montagna, in alta quota, al rifugio quel giorno.«L'abbiamo saputo inizialmente a un rifugio. Ci cercavano, cercavano la famiglia Biasibetti o noi, adesso non mi ricordo bene». Perché hanno chiamato al rifugio e non sui vostri cellulari?«Eravamo irraggiungibili perché probabilmente eravamo in alta quota. Lì, il padre di Biasibetti aveva parlato al telefono credo con i soccorritori, che gli avevano dato la notizia. Lui, anziché dirci che era venuta a mancare Chiara, ci aveva detto che non si era sentita bene mia mamma e che era in ospedale. Da lì, è arrivata una jeep del soccorso alpino a prenderci. Siamo scesi a valle e mio papà ha chiamato mia mamma per sapere come stava, in quel momento ho saputo quello che era successo. Poi siamo tornati a Garlasco». Lo ricordi quel viaggio?«Abbastanza, è stato un viaggio un po' interminabile, con un lungo silenzio. Mi ricordo questo». Ce la fai a fermarti un secondo su quel ricordo?«Sì, ma passiamo oltre». Avevi già capito cos'era successo?«Pensavamo a un incidente non domestico, a un ladro o qualcosa del genere». La casa ormai era sequestrata quindi non siete andati in casa in via Pascoli?«No, siamo andati a casa di mia nonna e lì abbiamo vissuto per otto mesi circa». La famosa casa di Gropello, dove sono state viste delle luci accese e sospette? C'eravate voi?«C'eravamo noi, sì». Qual è l’accusa che ti ha ferito di più?«Ovviamente essere accusato di essere coinvolto nell’omicidio di Chiara, essere accusato addirittura di essere un autore è la cosa che difficilmente mi andrà più via. Se nessuno mette un freno, se nessuno toglie alle persone l’illusione che una determinata pista o ricostruzione non esiste, ci sarà sempre qualcuno che si inventerà la qualunque».Da chi ti aspettavi che venisse tolta questa illusione?«Ho sempre pensato che chi indagava potesse benissimo smorzare alcune piste, non solo la mia, ma anche tutte le altre su cui si è giocato per un anno sulla morte e sulla vita di Chiara».Chi ti accusa sicuramente ti sta guardando. C’è qualcosa che vuoi dire?«Arrivare a una fine un po’ di tutto. Adesso le indagini sono finite, penso che tutto il fango che abbiamo subito non ci scivolerà mai addosso. Però credo che ora si possa interrompere».Avete scoperto di essere stati intercettati alla chiusura delle indagini. Come avete reagito?«Siamo rimasti un po’ dispiaciuti. Posso capire le intercettazioni nel mio caso, avrei trovato più strano il contrario. Dispiace che fossero coinvolti i miei, a loro si potevano evitare. In generale, di questa indagine, ci ha amareggiato essere tenuti sempre da parte, quasi come se non esistessimo. Anche il prelievo del DNA di nascosto, dalla spazzatura o con modalità strane come nel mio caso, non è una cosa che ti fa piacere, perché la morte di Chiara è qualcosa di nostro. Capiamo le questioni dell’indagine, ma essere tenuti così in disparte ci ha amareggiato. Sinceramente, mi aspettavo anche che all’apertura delle indagini, prima ancora che uscisse sui media, ci convocassero per dirci banalmente “So che siete convinti di altro. È stato condannato in via definitiva, però noi siamo convinti di un’altra cosa e abbiamo deciso di aprire questa indagine”. Non sarà scritto in nessun libro di diritto, di procedure però penso come segno di rispetto e umanità me lo aspettavo. Mi spiace che non ci sia mai stato neanche un colloquio di questo tipo».Avete mai ricevuto una lettera o una richiesta di aiuto privata da Alberto Stasi, che sta facendo la sua battaglia assolutamente legittima per dimostrare l’innocenza?«No, non abbiamo mai avuto nessun contatto con lui, non ci ha mai scritto».E questo come te lo sei spiegato? Ti sei fatto delle domande?«Me le sono fatte, ma tengo per me quello che posso aver pensato e pensare. Perché in questo momento i toni sono talmente alti, le tifoserie talmente schierate e le opinioni così polarizzate che non voglio alimentarle. Vorrei che i toni si abbassassero un po’».
Marco Poggi: «Per un anno si è giocato sulla morte di Chiara»
Alcuni passaggi dell’intervista in onda stasera a Quarto Grado. «Credo che si possa interrompere il fango che abbiamo subito»










