Se ci si reca in qualsiasi villaggio palestinese in Cisgiordania, specie in area C, e ci si guarda attorno, la prima sensazione sarà di soffocamento. Dalla valle del Giordano alle colline a Sud di Hebron, le comunità palestinesi sono sempre più chiuse, circondate da colonie (illegali secondo il diritto internazionale) e avamposti (illegali anche secondo la legge israeliana). Quello che si scopre solo dopo un po’ di tempo è che molti degli insediamenti sono in realtà settler o outpost farms: colonie o avamposti agricoli, dove si coltivano frutta e verdura o si alleva bestiame. I prodotti entrano poi in Unione europea, spesso aggirando il sistema, etichettati come Made in Israel.Gli stessi coloni che seminano i campi e pascolano le pecore sono però quelli che, M15 a tracolla, bastoni o coltelli in mano, minacciano, picchiano, derubano e sempre più spesso (in almeno 13 casi dall’inizio del 2026 e circa 60 dal 7 ottobre 2023, secondo i dati Ocha) uccidono i palestinesi. In quello che, secondo Cecilia Strada, parlamentare Europea e parte della Delegazione per i rapporti con la Palestina, è «un sistema strutturalmente violento». Come spiega Yonatan Misrachi, co-direttore del progetto Settlement watch di Peace now, che da anni si occupa di monitorare proprio lo stato e le attività degli insediamenti israeliani in terra palestinese, colonie e avamposti agricoli sono il cuore della crescente espansione israeliana in Cisgiordania, e della violenza che la caratterizza: «Ogni mese appaiono decine di nuovi avamposti agricoli». Secondo l’organizzazione ci sono attualmente almeno 137 farms vere e proprie documentate in Cisgiordania, ma aggiungendo tutti i nuovi avamposti agricoli il numero diventa molto più alto. Mentre i palestinesi non hanno accesso all’acqua, alla terra e alle risorse di loro diritto, gli insediamenti agricoli si espandono sempre di più, producendo, vendendo ed esportando a ritmi serratissimi, generando una vera e propria economia della pulizia etnica. Vino, avocado, datteri, olive e olio sono solo alcuni dei prodotti coltivati qui che finiscono poi sulle tavole dei consumatori europei, alimentando il ciclo di violenza ed espansione.Così l’Europa, che resta il principale partner commerciale di Israele – pesando per il 32% di tutto il commercio globale israeliano – contribuisce significativamente al progetto agricolo-coloniale. Secondo Dorien Vanden Boer, responsabile Cidse (Coopération internationale pour le développement et la solidarité) delle politiche sui territori palestinesi occupati e Israele, «si stima che il 63% di tutto l’export israeliano di frutta e verdura coltivata negli insediamenti illegali arrivi nella Ue» in un meccanismo commerciale che «contribuisce significativamente alla sostenibilità economica degli insediamenti». Solo per citare un dato, «l’80% degli avocado che vengono coltivati nei Territori occupati finisce sul mercato europeo». Il problema è che non solo l’Europa continua a importare beni provenienti da insediamenti che considera illegali – conformemente al diritto internazionale – ma che le modalità con cui lo fa sono quantomeno opache. Dal 2019, l’Unione ha implementato un sistema basato su codici postali, che dovrebbe garantire la distinzione dei prodotti Made in Israel (che secondo l’Accordo di Associazione Ue-Israele hanno un trattamento economico preferenziale) da quelli prodotti nei Territori occupati (soggetti a una politica di differenziazione che li esclude dall’Accordo). Spesso questo impianto, basato di fatto sui dati forniti dagli esportatori, si rivela fallace e i prodotti delle colonie arrivano in Ue come Made in Israel, quindi con l’esenzione totale dai dazi doganali all’importazione.Sempre secondo Vanden Boer, che cita un report di Oxfam del 2025, «si sa che gli esportatori israeliani danno informazioni false sulla provenienza dei prodotti, oppure mischiano i prodotti degli insediamenti con quelli Made in Israel, rendendo la distinzione estremamente complessa». Così, nonostante un framework legale che dovrebbe evitarlo, in Ue vengono importati e consumati beni provenienti dalle colonie per un totale di circa 250 milioni di euro, spesso a dazi zero, arrivando a rappresentare una competizione sleale per gli stessi produttori europei. È questo il caso, per esempio, dei vini della cantina Jerusalem, importanti come Made in Israel ma prodotti nella colonia di Kiryat Arba. Non solo: anche nei casi in cui i prodotti vengono effettivamente etichettati nella maniera corretta, con diciture come «prodotto delle alture del Golan (insediamento israeliano)» o «prodotto della Cisgiordania (insediamento israeliano)», in Israele è presente un meccanismo di compensazione fornito dal governo per mitigare l’effetto della tassazione sull’export. Si tratta, spiega Vanden Boer, di uno schema da circa tre milioni di dollari destinati a siti di produzione agricoli e industriali nei Territori occupati. In questo modo, anche quando la tassazione corretta è effettivamente applicata, non esiste nessun reale effetto sulle colonie e il ciclo di soprusi, violazioni dei diritti umani ed espansione può continuare.Le colonie e gli avamposti agricoli, spiega Misrachi, sono un vero e proprio agente di violenza: «Il punto non sono tanto i beni che producono (gli insediamenti richiedono sempre a Israele più fondi e risorse di quanto non siano in grado di generare) ma il danno che causano ai palestinesi e il fatto che impediscono loro di accedere alla terra». Concorda Yair Dvir, portavoce di B’Tselem: «Gli avamposti agricoli favoriscono violente occupazioni di terreni, costringono la popolazione palestinese a concentrarsi nelle aree urbane e costituiscono la premessa per estendere questa pulizia etnica a comunità più grandi e di lunga data».La logica è semplice: le farms sono un mezzo per un fine. E nel frattempo i cittadini europei continuano a mangiare avocado, datteri e fragole delle colonie, senza nemmeno la possibilità di sapere da dove vengano, sostenendo così il sistema di occupazione, mentre dal 1967 a oggi Israele si è impadronito di oltre 2.000 chilometri quadrati di terra palestinese nelle stesse zone.Per fermare questo sistema, garantire l’etichettatura non basta. Anzi, Secondo Shatha Abdulamad, ricercatrice e attivista palestinese (ex Al Haq) le etichette fornirebbero di fatto il framework legale per continuare a commerciare con le colonie: «L’unica via che rispetti il diritto internazionale è un ban totale al commercio».