A maggio 2026 è stata presentata al Parlamento Europeo un’interrogazione parlamentare firmata da 72 membri in cui si chiede al Parlamento se esistano strumenti sufficienti per monitorare i prodotti che arrivano dagli insediamenti illegali nei casi in cui siano erroneamente etichettati come Made in Israel. Cecilia Strada, prima firmataria del documento, ha spiegato a L’Espresso perché l’interrogazione potrebbe mettere in discussione l’accordo Ue-Israele.Come nasce l’interrogazione?«Come delegazione dei rapporti con la Palestina affrontiamo il tema dei rapporti con Israele da ogni punto di vista. Siamo un ufficio di romantici che credono ancora nel diritto internazionale. Lo scorso anno ci trovavamo in Palestina ed è venuto fuori il tema del commercio con le colonie illegali. La mia posizione personale è che dovrebbe essere interamente bandito il commercio con dei territori che sono fatti interamente di terre rubate. Sul punto specifico però esiste un problema, perché il regolamento 1169 del 2011 dell’Unione europea è chiaro sul fatto che il consumatore ha il diritto di essere informato sui prodotti che acquista e di fare le sue scelte anche su base etica, mentre i prodotti che vengono dagli insediamenti, da terre rubate appunto, vengono segnalati come Made in Israel. I consumatori italiani ed europei vogliono sapere che cosa mangiano».Cosa chiedete al Parlamento?«Ci sono due temi principali: uno è il diritto del consumatore a essere informato, il secondo è che se i prodotti sono segnalati come Made in Israel, in virtù dell’accordo di Associazione che abbiamo con Israele entrano in Ue a dazi zero. Prodotti che sono fatti non in Israele ma in Palestina, in Territori occupati, costituendo quindi una potenziale frode alle casse degli Stati membri. Quindi vogliamo sapere dalla Commissione che strumenti hanno gli Stati per verificare la provenienza delle merci, perché attualmente non si sa nemmeno per certo di che volumi parliamo. E poi vogliamo sapere se accertare questo meccanismo metterebbe in discussione l’Accordo di Associazione».Che sistema alimenta la Ue continuando a commerciare con le colonie?«Quello delle colonie è un sistema strutturalmente violento e le violenze avvengono con uno schema. Prima attaccano il bestiame, poi lo rubano, poi lo ammazzano, poi tagliano l’acqua, poi danno fuoco a una casa e piano piano le persone sono terorrizzate e costrette ad andarsene. In una comunità dove sono stata, in un anno avevano perso più della metà del bestiame, è chiaro che non ci sono più i mezzi per la sussistenza. E noi stiamo tenendo in piedi un accordo di associazione che dovrebbe basarsi sul rispetto dei diritti umani. Ma di cosa stiamo parlando?».
I prodotti che arrivano dai Territori palestinesi occupati sono bottino di un furto, l’Europa li bandisca - Il colloquio con Cecilia Strada
A maggio 2026 è stata presentata al Parlamento europeo un’interrogazione parlamentare firmata da 72 membri in cui si chiede se esistano strumenti sufficienti pe












