BRUXELLES. Datteri, vino, agrumi, erbe aromatiche, cosmetici, oli essenziali, ma anche materie plastiche, prodotti chimici e persino sistemi d’irrigazione. Ogni anno, i Paesi dell’Unione europea importano beni per decine o forse centinaia di milioni di euro dai territori che l’Ue stessa considera “occupati illegalmente” da Israele: le Alture del Golan, la Cisgiordania, Gerusalemme Est e la Striscia di Gaza. Ufficialmente l’import da quelle aree ammonta a 76,5 milioni di euro l’anno ma la cifra reale sembra essere molto più alta perché – secondo i report di alcune Ong – i codici doganali vengono aggirati in modo da far ottenere alle merci un trattamento preferenziale. Per questo ora, su pressione di alcuni governi, la Commissione europea ha accettato di mettere nero su bianco un piano per limitare il commercio da quelle zone, con licenze ad hoc, extra-dazi o addirittura un divieto d’importazione.
Il primo confronto vero e proprio a livello politico ci sarà lunedì, quando a Bruxelles arriveranno i ministri degli Esteri dei 27. Ma il via libera – se mai ci sarà – sembra ancora lontano. Anche perché la Commissione stessa non è ancora in grado di dire con certezza se si tratta di misure di natura commerciale oppure di sanzioni che ricadono nell’ambito della politica estera, visto che l’obiettivo è proprio quello di fare pressioni sul governo israeliano. Il servizio giuridico del Consiglio propende per la prima opzione, mentre Ursula von der Leyen – che resta estremamente cauta – sembra più orientata sulla seconda, in base a quanto emerge da un documento riservato di 5 pagine (visionato da La Stampa) fatto circolare tra i governi. La differenza non è un cavillo giuridico ma è cruciale: per adottare le misure commerciali basta la maggioranza qualificata degli Stati membri mentre per le sanzioni è necessaria l’unanimità. E quindi dallo strumento giuridico dipende l’approvazione o no del piano.











