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25 MARZO 2026
Ultimo aggiornamento: 8:06
L’annessione di fatto della Cisgiordania da parte di Israele passa anche dal controllo delle risorse idriche. Agli agricoltori, ai pastori e alle comunità beduine viene sistematicamente negato l’accesso alle sorgenti, che sono invece a disposizione degli insediamenti: un colono può consumare il triplo dell’acqua di un palestinese. Una situazione che si è aggravata dopo l’attacco all’Iran e l’inizio della nuova offensiva militare in Libano. Lo denuncia Oxfam, che da tempo è impegnata per garantire un bene primario come l’acqua agli abitanti dei territori occupati. Un tentativo di allentare la morsa che stringe la vita dei palestinesi, già costretti a fronteggiare un crescendo di violenze e raid quasi quotidiani dei coloni.
“Con il nuovo conflitto, l’esercito israeliano ha imposto una chiusura generale in Cisgiordania, con posti di blocco, cordoni militari e limiti ai movimenti tra le città. La crisi umanitaria si fa sempre più drammatica”. Ci sono oltre 37mila persone sfollate, uno dei dati più alti mai registrati. “L’accesso all’acqua per le comunità palestinesi – denuncia l’ong – continua a essere limitato in tutta la regione, con i piccoli agricoltori e una larga parte della popolazione che non può contare sulla quantità minima necessaria a far fronte ai bisogni più elementari”. E quando le vasche di raccolta si prosciugano ai coltivatori palestinesi non rimane più niente. “Nelle aree rurali meridionali della provincia di Hebron, l’espansione degli insediamenti, inclusi quelli pastorali, e la distruzione o confisca delle infrastrutture idriche hanno peggiorato le condizioni di vita, con oltre la metà delle famiglie beduine in stato di insicurezza alimentare da moderata a grave e tassi di disoccupazione molto elevati”.






