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22 OTTOBRE 2025

Ultimo aggiornamento: 13:02

Il muro costruito da Israele a partire dal 2002 per separare la Cisgiordania penetra in profondità nel territorio palestinese, limitando notevolmente le libertà di movimento e l’accesso ai servizi essenziali della popolazione. “Non è solo un simbolo dell’occupazione e della segregazione israeliana, ma anche uno strumento per espropriare i terreni e limitare gli spostamenti dei palestinesi lasciando i residenti intrappolati e isolati” è la denuncia di Oxfam, che insieme ad altre ong ha lanciato la campagna “Stop al commercio con gli insediamenti illegali” (QUI SI PUO’ ADERIRE ALL’APPELLO), con cui chiede all’Ue e al Regno unito di mettere al bando le relazioni commerciali con gli insediamenti dei coloni israeliani. “Sono stati confiscati 7.4 ettari per la costruzione del muro” racconta Thaer, un agricoltore palestinese nel video racconto che Oxfam ha realizzato a supporto della campagna. “Dietro il muro ci sono 5 acri e altri 2,4 ettari sono stati confiscati per la costruzione di un checkpoint militare”. Il muro eretto da Israele e i checkpoint, oltre 800 secondo l’Onu, hanno gravi ripercussioni anche sulla possibilità di accesso all’acqua. “Il muro di separazione illegale eretto da Israele ha inasprito il controllo sulle risorse idriche palestinesi, soprattutto sulle acque freatiche nel bacino occidentale della Cisgiordania. La costruzione del muro nel 2002 ha precluso l’accesso a 20 pozzi palestinesi esistenti già prima dell’occupazione e che producevano 4 milioni di metri cubi all’anno, ossia circa il 20% del volume totale estratto dai Palestinesi dal bacino occidentale”.