Pedro Sánchez passerà alla storia forse per essere stato il primo capo di governo europeo a essersi opposto alla guerra di Donald Trump contro l’Iran e a denunciare la mattanza israeliana nella Striscia di Gaza come un genocidio. Così pure José Luis Rodríguez Zapatero, suo compagno di partito e predecessore nella carica di presidente dell’esecutivo spagnolo, è ricordato per essere stato tra i primi al mondo a legalizzare il matrimonio omosessuale e per avere messo fine al terrorismo basco dell’Eta. Eppure, Sánchez, con un paese che ostenta un ritmo di crescita doppio rispetto a quello dell’Unione europea, rischia di essere travolto dai diversi scandali che interessano il suo intorno familiare e il partito socialista che è alla guida del paese, sottoposto a un incessante fuoco di fila dell’opposizione che ne richiede le dimissioni immediate. Mentre Zapatero, suo principale sostegno politico nel Psoe e riferimento per gran parte della sinistra spagnola, vede la propria reputazione oscurata dall’accusa mossagli dalla giustizia spagnola per reati di rilevanza penale, come quello di traffico di influenze nel riscatto della compagnia aerea Plus Ultra per 53 milioni di euro ai tempi del Covid e di guida di una trama di corruzione con origine spagnola e diramazioni internazionali.