Torino sfila. E se ne frega. Se ne frega dell’idea (ma non sarà anche questo un pregiudizio?) che essere torinesi voglia dire restare composti, sabaudi, misurati perfino quando si parla di diritti. Sabato 6 giugno la città fa il contrario: esce, si espone, prende strada. Sfila con molte più persone di quelle che riusciamo a pubblicare sul giornale in una fotografia del corteo. Sfila con persone transgender, finite nel mirino di una controffensiva trumpiana che prova a trasformare la loro esistenza in un balletto, o in una barzelletta crudele. Sfila con le nuove generazioni che subiscono razzismo in strada o tra i banchi di scuola. Con chi sul lavoro non fa coming out perché ha paura di perdere credibilità. Con le persone con disabilità troppo spesso infantilizzate, trattate da eterne bambine. Con chi vive ansia, depressione o minority stress, quella fatica continua di sentirsi sotto giudizio, e non trova ascolto. Sfila con chi viene colpito dall’odio online. Con chi viene aggredito fisicamente. Con le famiglie omogenitoriali costrette ancora a esibire documenti, deleghe e sentenze per dimostrare di essere una famiglia vera. Le battaglie sono intrecciate. Chi studia questi temi la chiama intersezionalità. A me sembra soprattutto il modo in cui funziona la vita: nessuna persona entra nel mondo con una sola etichetta addosso. Siamo corpo, accento, età, desideri, paure, privilegio, provenienza. E prima o poi può capitare a chiunque di sentirsi troppo qualcosa o troppo poco qualcos’altro.
Torino Pride, la città prende la strada e non ha voglia di essere misurata
Torino sfila. E se ne frega. Se ne frega dell’idea (ma non sarà anche questo un pregiudizio?) che essere torinesi voglia dire restare composti, sabaudi, misurati perfino quando si parla di diritti. Sabato 6 giugno la città fa il contrario: esce, si espone, prende strada. Sfila con molte più persone di quelle che riusciamo a pubblicare sul giornale in una fotografia del corteo. Sfila con persone transgender, finite nel mirino di una controffensiva trumpiana che prova a trasformare la loro esistenza in un balletto, o in una barzelletta crudele. Sfila con le nuove generazioni che subiscono razzismo in strada o tra i banchi di scuola. Con chi sul lavoro non fa coming out perché ha paura di perdere credibilità. Con le persone con disabilità troppo spesso infantilizzate, trattate da eterne bambine. Con chi vive ansia, depressione o minority stress, quella fatica continua di sentirsi sotto giudizio, e non trova ascolto. Sfila con chi viene colpito dall’odio online. Con chi viene aggredito fisicamente. Con le famiglie omogenitoriali costrette ancora a esibire documenti, deleghe e sentenze per dimostrare di essere una famiglia vera. Le battaglie sono intrecciate. Chi studia questi temi la chiama intersezionalità. A me sembra soprattutto il modo in cui funziona la vita: nessuna persona entra nel mondo con una sola etichetta addosso. Siamo corpo, accento, età, desideri, paure, privilegio, provenienza. E prima o poi può capitare a chiunque di sentirsi troppo qualcosa o troppo poco qualcos’altro.












