Nelle capitali occidentali resiste una fantasia: che la guerra in Ucraina possa essere portata a termine attraverso i negoziati. Prima c’è stata la speranza che Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, potesse in qualche modo usare le sue autoproclamate capacità negoziali per trattare la pace. Poi è arrivata la discussione su chi dovesse essere l’inviato europeo a Mosca, come se la nomina dell’intermediario giusto potesse sbloccare un accordo.E’ un’idea che fraintende la natura del regime di Vladimir Putin. Putin non può negoziare la fine di questa guerra perché ha bisogno della guerra per restare al potere. Non ha avviato l’invasione su larga scala dell’Ucraina soltanto per il territorio, per la Nato o per qualche astratto rancore storico. L’ha avviata perché la guerra è stata il meccanismo centrale attraverso il quale ha più volte consolidato la propria autorità. Lo schema è visibile lungo tutta la sua carriera politica. Quando Putin diventa presidente per la prima volta, quasi nessuno sa chi sia. Poi arriva la seconda guerra cecena. I suoi indici di popolarità salgono quando comincia a bombardare la Cecenia. Quella guerra segue una serie di attentati terroristici interni in Russia, compresi gli attentati contro condomìni, attribuiti ai ceceni e usati come pretesto per la guerra.Anni dopo, quando la sua popolarità è sotto pressione intorno alla crisi finanziaria, Putin fa la guerra in Georgia nel 2008. Non è, secondo alcuno standard militare, una guerra impressionante. La Russia, un paese immenso, finisce per ottenere soltanto l’Abkhazia e l’Ossezia del sud, due frammenti di territorio georgiano. Ma politicamente la guerra serve al suo scopo: Putin torna a essere il presidente di guerra. Poi, quando il suo consenso cala di nuovo, nel 2014 si prende la Crimea. I suoi indici di approvazione schizzano verso l’alto. Quando il Covid-19 e la stagnazione lo indeboliscono ancora, lancia l’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022. Si aspetta una guerra breve, capace di consegnargli un altro picco politico. Ottiene invece un conflitto logorante, che consuma il suo esercito, la sua economia e il futuro della Russia.Ma ora è in trappola. Non può fermarsi. Se Putin accettasse un cessate il fuoco, prima o poi il popolo russo dovrebbe chiedersi che cosa abbiano prodotto 26 anni del suo potere. La risposta non sarebbe lusinghiera. La Russia ha subìto, secondo le stime, tra 1,3 e 1,5 milioni di perdite militari. Circa un milione di uomini ha lasciato il paese. L’economia è tagliata fuori dai mercati dei capitali. Le riserve della Banca centrale sono congelate. I beni occidentali sono indisponibili o costosi. Gli aerei russi hanno problemi di manutenzione. Le automobili sono prodotte senza tecnologie di base. Il paese è stato trasformato in un’economia di guerra e in uno stato paria.Ancora peggio per Putin, un cessate il fuoco riporterebbe nella società russa centinaia di migliaia di soldati traumatizzati, violenti e spesso alcolizzati. Sarebbe un incubo politico per il Cremlino. Per queste ragioni, non ci sarà alcun accordo negoziato in senso significativo. I piani di pace, gli inviati, i contatti segreti e le coreografie diplomatiche sono distrazioni. La vera domanda è soltanto come evolverà questa guerra. Ci sono tre scenari plausibili.Il primo, e il più probabile, è uno stallo prolungato. La Russia continuerà a spingere. L’Ucraina continuerà a resistere. La linea del fronte potrà spostarsi, ma non in modo decisivo. La Russia continuerà a mandare uomini oltre la linea, e l’Ucraina continuerà a ucciderli con una guerra di droni sempre più sofisticata. E’ uno dei cambiamenti più importanti della guerra. Gli ucraini hanno padroneggiato la tecnologia dei droni sul campo di battaglia. Non hanno più bisogno di sacrificare un numero enorme di soldati per tenere ogni posizione. Un operatore può controllare sciami di droni capaci di individuare e uccidere le truppe russe che cercano di avanzare. A Putin non importano le perdite. In un sistema totalitario, non hanno lo stesso peso politico che avrebbero altrove. Per questo continuerà ad alimentare la macchina con altri uomini. Ma questo non significa che la Russia possa vincere. Significa che la Russia può continuare a sanguinare.Il secondo scenario è che Putin provi a rovesciare il tavolo. Potrebbe lanciare un attacco limitato contro gli stati baltici, non necessariamente un’invasione su larga scala, ma qualcosa pensato per mettere alla prova l’esistenza stessa della Nato. Abbiamo già visto la preparazione retorica: le accuse russe secondo cui i droni sarebbero lanciati dai Baltici, le affermazioni secondo cui l’Unione europea starebbe in qualche modo attaccando la Russia, e il tentativo più ampio di rappresentare la Nato come un belligerante diretto. Un attacco contro Estonia, Lettonia o Lituania porrebbe la domanda che Putin vuole porre: gli Stati Uniti andranno davvero in guerra con la Russia per i Baltici? Donald Trump ha di fatto segnalato che l’America è fuori. Non farà la guerra alla Russia per l’Estonia. Questo crea un’opportunità per Putin. Se può attaccare, ricevere soltanto una risposta europea limitata e mostrare che l’articolo 5 della Nato è vuoto, può rivendicare una vittoria strategica senza necessariamente pagare il prezzo di una grande guerra.E’ per questo che questo scenario è pericoloso. Non dovrebbe essere un attacco grande per produrre conseguenze rilevanti. Sarebbe pensato per esporre la distanza tra gli impegni formali della Nato e la reale volontà politica. Il terzo scenario è che l’Ucraina continui a logorare la Russia fino a quando la capacità russa di fare la guerra cominci a incrinarsi. Per molto tempo, molti hanno dato per scontato che il tempo giocasse a favore della Russia. L’ho pensato anch’io. La logica sembrava semplice: l’Ucraina dipendeva dalle armi e dal sostegno finanziario occidentale. Se gli Stati Uniti si fossero ritirati, l’Ucraina sarebbe crollata. La Russia, al contrario, poteva assorbire le perdite, mobilitare risorse e continuare.Questa ipotesi si è rivelata sbagliata. La necessità è la madre dell’invenzione. L’Ucraina ha costruito sotto il fuoco un’industria nazionale della difesa. Oggi tra i due terzi e i tre quarti delle sue armi sono prodotti in Ucraina, a una frazione dei costi occidentali. L’Ucraina può tenere la linea senza il livello di sostegno americano che un tempo sembrava indispensabile. Ancora più significativo, l’Ucraina ha cominciato a imporre le proprie sanzioni alla Russia. Non attraverso banche, strumenti giuridici o controlli sulle esportazioni, ma attraverso droni e missili a lungo raggio. Kyiv ha colpito raffinerie, terminal di esportazione, oleodotti e altri asset economici. Almeno temporaneamente, ha messo fuori uso una quota ampia dell’infrastruttura petrolifera russa.La Russia non ha una risposta adeguata. E’ troppo vasta per difendere tutto. Le sue difese aeree non possono coprire ogni raffineria, oleodotto e terminal. L’Ucraina ha scoperto di poter colpire direttamente la base economica della macchina bellica russa. Questo non significa che Putin negozierà. Significa che la guerra potrà, alla fine, diventare meno calda perché la Russia non potrà più permettersi di sostenere l’attuale intensità. Lo stato finale più probabile non è una pace formale, ma qualcosa di più vicino alla Corea: una linea del fronte che si consolida, nessuna fine ufficiale della guerra e un conflitto che si trasforma in uno scontro congelato ma armato.In questo scenario, l’Ucraina potrebbe diventare lo stato europeo dinamico, resiliente e militarmente avanzato che la Russia ha cercato di distruggere. La Russia, nel frattempo, potrebbe diventare una versione più grande della Corea del nord: isolata, militarizzata, economicamente degradata e politicamente intrappolata dalla propria dittatura.Non è un lieto fine. Ma è più realistico che immaginare che Putin possa essere convinto con le parole a fare la pace. L’occidente dovrebbe quindi smettere di inseguire negoziati che non possono avere successo e concentrarsi su ciò che conta: finanziare l’Ucraina, trasferire gli asset russi congelati, rafforzare la deterrenza europea e aiutare Kyiv a continuare a distruggere le basi economiche della guerra russa. La guerra di Putin non finirà perché lui cambia idea. Finirà quando la macchina che ha costruito non riuscirà più a muoversi.Sir William Browder è un finanziere e attivista politico, fellow dell’Institute for European Policymaking della Bocconi, amministratore delegato e cofondatore di Hermitage Capital Management, consulente per gli investimenti dell’Hermitage Fund, e visiting fellow presso la Saïd Business School dell’University of Oxford.
Putin non può negoziare la sua via d’uscita dalla guerra in Ucraina
La fine negoziata della guerra resta una fantasia: il Cremlino non ha bisogno di una via d’uscita, ma di continuare a combattere. Gli scenari reali sono stallo, escalation contro la Nato o logoramento della macchina bellica russa









