Pubblicato il: 05/06/2026 – 6:35
di Giorgio Curcio
AMENDOLARA «Mi sono salvato perché mi sono lanciato dal bagagliaio». È da lì, dal portellone posteriore della Fiat Ulysse avvolta dalle fiamme, che Alamyar Taj Mohammad è riuscito a uscire vivo dalla strage di Amendolara. Ustionato, con il corpo segnato dal fuoco e una frattura al braccio destro, è l’unico superstite del rogo costato la vita a quattro migranti: Khan Waseem, Khogyani Fazal Amin, Qiemi Ismat Ullah e Safi Amjad. Il suo racconto, riportato nell’ordinanza con cui il gip di Castrovillari ha convalidato il fermo di Raza Ali e Ahmed Safeer, diventa uno dei passaggi centrali dell’inchiesta.
Il racconto
Secondo quanto riferito dal superstite, quella mattina lui e gli altri lavoratori erano stati presi da Ali, il conducente del mezzo. Erano andati al lavoro, poi erano rientrati. Sulla via del ritorno, la sosta alla stazione di servizio Ip di Amendolara, lungo la Statale 106. Prima del rogo, però, ci sarebbe stata una tensione maturata già nelle ore precedenti. Alamyar racconta che i lavoratori avevano chiesto un contratto lavorativo, dopo essere arrivati dalla Sardegna. «Il motivo di queste discussioni è stato il mancato contratto», mette a verbale il superstite. Nel racconto agli investigatori emerge anche la lite del mattino. Il passeggero seduto davanti, indicato come il soggetto vestito di bianco, avrebbe estratto un coltello e lo avrebbe messo alla gola di uno dei ragazzi che viaggiavano sul mezzo. Uno dei migranti poi deceduti lo avrebbe colpito con un pugno. Una circostanza che troverebbe riscontro, secondo il gip, nella tumefazione all’occhio destro di Ahmed Safeer, rilevata dagli investigatori e richiamata nell’ordinanza.










