Tra le oltre 200 lavoratrici ex Claire’s che da sette mesi attendono la cassa integrazione ci sono anche Michela e Giorgia: “Ci sono colleghe che hanno rinunciato a curarsi perché non hanno più un euro. Lo Stato deve fare la sua parte: siamo persone, non numeri di protocollo”.
Un negozio Claire’s e, a destra, Michela Paparini
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Duecento lavoratrici, in larghissima parte donne, senza un euro da oltre sette mesi. Con i conti correnti azzerati, i frigoriferi vuoti, le bollette insolute e la disperazione che, in qualche caso estremo, ha spinto persino a bussare alla porta degli strozzini. È questa la realtà brutale delle ex dipendenti di Claire’s, la nota catena internazionale di accessori e bigiotteria che lo scorso 5 dicembre ha abbassato le saracinesche di tutti i punti vendita italiani, lasciando il personale sul lastrico dall'oggi al domani. Nei giorni scorsi, la pubblicazione da parte di Fanpage.it della lotta delle 200 lavoratrici ha sollevato il caso e svelato un dramma sociale che si consumava nel silenzio. Quella denuncia ha prodotto i primi contatti istituzionali e qualche iniziale timido movimento formale tra gli uffici competenti. Eppure, nonostante i riflettori si siano accesi, la situazione non si è ancora sbloccata. Il paradosso di questa vicenda è di quelli che fanno rabbia, perché non siamo di fronte a una mancanza di coperture finanziarie o a un diniego politico. I soldi ci sono. Il Ministero del Lavoro infatti ha firmato il decreto di approvazione della Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria, ma l'INPS ha congelato i pagamenti alle lavoratrici. Il motivo di questo blocco è un vicolo cieco kafkiano: un rimpallo continuo di responsabilità, accuse e cavilli burocratici tra il Curatore fallimentare e l'istituto di previdenza su come debba essere compilato e trasmesso il modulo di domanda.






