Viaggio nella crisi della Claire’s, multinazionale degli accessori in liquidazione giudiziale. L’accordo per la cassa integrazione c’è, ma i soldi non arrivano. La denuncia di una delle 200 lavoratrici: “Mio marito fa tre lavori e non vede nostro figlio. C’è chi è finita nelle mani degli strozzini per fare la spesa”.
Graziana Fedele
Lo Stato ha stanziato i fondi per la cassa integrazione, ma lo Stato stesso non li eroga. È l'assurdo corto circuito in cui da mesi si trovano intrappolate circa 200 lavoratrici di Claire’s Italy S.r.l., la nota catena multinazionale specializzata nella vendita di bigiotteria, accessori moda e cosmetici. Per capire come si sia arrivati a questo punto, bisogna fare un passo indietro e tornare all'autunno scorso, quando l'azienda ha presentato formale istanza di liquidazione giudiziale presso il Tribunale di Roma.
Ma che cos'è la liquidazione giudiziale? In sostanza, si tratta della procedura che ha sostituito il vecchio concetto di "fallimento" nelle leggi italiane. Quando un'azienda non può più reggersi in piedi, il Tribunale interviene congelando l'attività, estromettendo i dirigenti e affidando tutto in mano a un curatore fallimentare, figura che in questa vicenda rivestirà un ruolo chiave e il cui compito – in qualità di pubblico ufficiale – è vendere i beni rimasti della società per provare a pagare i creditori e i dipendenti. Come riporta il Ministero delle Imprese e del Made in Itali nel verbale dell'incontro che si è svolto lo scorso 28 ottobre, nel caso di Claire’s, il crollo italiano è stato l'effetto domino del fallimento della capogruppo negli Stati Uniti, che ha privato la filiale del nostri Paese dei rifornimenti di merce e di ogni autonomia finanziaria. Il risultato? La chiusura definitiva dei 35 punti vendita in diverse regioni d'Italia, tra cui Lazio, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte, Sicilia, Puglia, Campania, Toscana, Liguria e Friuli-Venezia Giulia.







