Seimilaottocento abitanti, 280 bambini e 850 cani: la curva demografica italiana in scala. Succede a San Giorgio su Legnano, hinterland milanese, dove – raccontava ieri il Corriere – il sindaco Claudio Ruggeri ha chiesto ai proprietari di cani un contributo volontario di 20 euro per finanziare servizi all’infanzia. Diciassettemila euro, se tutti aderissero, e una frase da esperto di marketing: “Il vostro labrador non vi pagherà la pensione”. Ruggeri, per altro, è in buona compagnia: già Papa Francesco, nel 2024, lamentava una cultura che preferisce avere cagnolini e gattini invece dei figli, e invocava qualche “bastonata” (metaforica) per l’Italia.Mentre un sindaco chiede di pagare per i bambini che non nascono, altrove si fa di tutto per togliersi dai piedi quei pochi che ci sono. La scorsa estate, nel pieno di quella calura agostana in cui un caso di costume balneare conquista le prime pagine, fece discutere la vicenda di un lido di Milano Marittima che vietò l’ingresso a un bambino di cinque anni. Sotto i dieci, niente: regola della casa. La difesa del gestore fu che la sua era una filosofia coltivata da anni per garantire la tranquillità della clientela adulta. Sempre l’anno scorso, qualche mese prima, la polemica toccò Bologna: l’Osteria del Sole – una delle più antiche al mondo – aveva appeso in vetrina un cartello “No bambini”. Il “child free” è arrivato anche da noi, dagli alberghi alle spiagge, e dove non c’è il divieto può capitare di incorrere in un supplemento per i piccoli maleducati, o nel tavolo che misteriosamente non si trova più appena si prenota con un minore al seguito. In attesa dell’inevitabile polemicuzza estiva prossima ventura.Il nesso con San Giorgio? Eccolo: spesso chi i bambini non li vuole intorno è però disponibilissimo a festeggiare i compleanni del proprio gatto, con tanto di torta ad hoc. Lo racconta una recente raccolta di sondaggi americani che descrive il rapporto della Gen Z con gli animali: quasi metà non vede differenza tra un cucciolo e un figlio umano, quasi uno su cinque dice che venderebbe un organo per salvare la propria bestiola. Il gatto non è citato a caso: le adozioni di felini tra gli under 30 crescono perché il gatto non va portato a spasso, sporca poco e non fa rumore. L’animale che scegliamo è quello che disturba di meno. Tanto che appartiene a quella stessa generazione, dicono i dati d’oltreoceano, un terzo di chi tiene rettili in casa. La compagnia perfetta, che non chiede nulla se non un topolino ogni due settimane. L’esatto opposto degli impegnativi, fracassoni, impertinenti cuccioli d’uomo. Jessica Pierce, in un saggio pubblicato sul Time un paio di anni fa, si scontrò con la moda dell’ufficio “dog-friendly”. La tesi della bioeticista era netta: il cane in azienda non serve al cane, serve al padrone. E il “bravo cane da ufficio” è quello che non abbaia, non perde pelo, non annusa, non rovista. Cioè quello che non si comporta da cane. Lo portiamo con noi dovunque perché lo trattiamo da figliolo – basta vedere l’esplosione di giubbotini e carrozzine per “amici pelosi”, e relativi negozi – e proprio per questo gli chiediamo di smettere di essere quello che è. In un gioco di specchi, i bambini non devono fare i bambini: se allo stabilimento balneare o al ristorante corrono e gridano, giù di cartello. A Miami come a Cervia.Il punto non è che gli italiani amino gli animali. Con un patrono come San Francesco, farebbe strano il contrario. Il punto è il transfer. Riversiamo l’istinto di accudimento su creature selezionate apposta perché non rompano le scatole, e intanto espelliamo dallo spazio comune le nostre poche creature, perché le rompono troppo. La società che festeggia il compleanno del gatto è la stessa che mette il cartello contro il bambino di cinque anni. Una civiltà che ha eletto a virtù suprema il non disturbare. Il figlio è l’esatto contrario di quella virtù. Strilla, rovescia il purè, fa le gincane tra i tavoli, ti tiene sveglio, ti costa, ti riscrive l’agenda per vent’anni almeno. È, per definizione, ingombrante.“L’anno prossimo il mio comune andrà al voto, chissà, forse non sarò rieletto proprio a causa di questo clamore. Ma ritengo che il tema doveva essere posto”, ha detto il sindaco di San Giorgio. Su una cosa almeno ha ragione: il labrador, davvero, non ci pagherà la pensione.