E ora che cosa diranno i pubblici ministeri che per trent’anni lo hanno inchiodato all’albero della gogna? Che cosa diranno quei magistrati coraggiosi che per trent’anni lo hanno trascinato per i capelli nel fango dell’accusa più infamante: quella di essere stato il mandante occulto delle stragi del 1993? Diranno, c’è da giurarci, che lo hanno impalato perché cercavano la verità. E se un giornalista – se ne trovano ancora – farà osservare a quei diligenti inquisitori che Marcello Dell’Utri aveva già collezionato, prima della sesta inchiesta, cinque archiviazioni, la risposta sarà che era comunque sopraggiunto un nuovo indizio e che un magistrato ha sempre il dovere di andare fino in fondo. E di sfiorare, se gli aggrada, anche la tortura o la crocifissione del povero cristo sciaguratamente finito tra le sue mani.I magistrati coraggiosi, del resto, sono capacissimi – quando vogliono – di trovare un indizio o un pentito che gli offre la possibilità di incardinare un’inchiesta, a riaprire fascicoli o a formulare nuovi capi d’accusa. Poi magari non riescono a trasformare l’indizio in una prova, ma che importa. Intanto s’impancano a riscrivere la storia d’Italia. Intanto guadagnano sui giornali titoli e titoloni. Intanto vengono intervistati a reti unificate dai telegiornali. Intanto arriva puntualmente un editore che li invita a scrivere un libro sulle trame oscure o sui servizi deviati.Intanto il governo gli garantisce delle scorte sicure e non dissimili a quelle dei capi di stato. Intanto girano in lungo e in largo per scuole e dibattiti, e intanto raccolgono pure dieci, venti, cento cittadinanze onorarie. E’ il loro trionfo. E’ la loro santificazione. Con la conseguente e non trascurabile prospettiva di una futura e più folgorante carriera.L’ultima archiviazione per Dell’Utri, 84 anni, ex senatore di Forza Italia e collaboratore tra i più stretti di Silvio Berlusconi, è stata decisa nel gennaio scorso dal gip del tribunale di Firenze, Patrizia Martucci. La quale, non appartenendo alla parrocchia dei magistrati che vogliono redimere l’umanità dai propri peccati, ha avuto il coraggio di scrivere nero su bianco che nell’inchiesta promossa dai reverendissimi pm Luca Turco & Luca Tescaroli “mancano elementi concreti sui contatti/rapporti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi e quindi Marcello dell’Utri, stretto collaboratore di Berlusconi”. In meno di due righe la dottoressa Martucci ha demolito anni di sospetti, di sfregi e di campagne violente non solo contro Dell’Utri ma anche e soprattutto contro Berlusconi il quale, oltre a essere stato un grande imprenditore, ha avuto la pazza idea nel ’94 di scendere in politica, di sconvolgere i piani della sinistra e di entrare, col consenso degli elettori, a Palazzo Chigi come presidente del Consiglio.Le anime belle della magistratura e del cosiddetto giornalismo d’inchiesta non gliel’hanno perdonata. Ed è cominciata la persecuzione. Ha aperto le danze Gian Carlo Caselli, procuratore di Palermo, che sui primi fatui sospetti ha schierato un esercito di pentiti e ha messo in moto la procura di Caltanissetta, titolare delle indagini sulle stragi del ’92, quelle che hanno massacrato i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Poi s’è fatto avanti il trittico giudiziario più audace del Palazzo di giustizia palermitano, quello composto dai coraggiosissimi Roberto Scarpinato, Antonio Ingroia e Nino Di Matteo che, pur di affermare la “boiata pazzesca” della trattativa tra lo stato e i boss di Cosa Nostra – preludio e movente dell’agguato a Paolo Borsellino – hanno fatto in modo che Dell’Utri sedesse sul banco degli imputati accanto a Totò Riina e a Leoluca Bagarella, spietati boss dei sanguinari corleonesi. Ma, dopo sette anni di processi in Corte d’assise, in Corte di appello e in Cassazione è andato in fumo anche quest’ultimo teorema. Ed è a quel punto che si sveglia la procura di Firenze.Il principe degli inquirenti affacciati sull’Arno è Luca Tescaroli, un pm proveniente da Caltanissetta, che, a giudicare dai tempi della sua principale indagine, non vedeva l’ora di riannodare i fili dei misteri mafiosi e di scavare tra le macerie delle stragi del ’93, prima fra tutte quella dei Georgofili a Firenze, per incastrare finalmente mandanti ed esecutori, boss e colletti bianchi.La scintilla che ha acceso il fuoco del suo impegno antimafia è stata l’intercettazione di un colloquio avvenuto nel 2017 in carcere tra il boss di Cosa nostra, Giuseppe Graviano e il compagno di cella Umberto Adinolfi. I due, in piacevole conversazione, sostenevano che gli attentati mafiosi erano finalizzati a creare nel paese un clima di terrore favorevole all’ascesa di Forza Italia, il partito di Berlusconi, fondato da Dell’Utri. Tescaroli non si lascia sfuggire l’occasione e dà il via a una fitta serie di avvisi, di convocazioni, di interrogatori. Un rito che si prolunga per quasi sei anni ma che Tescaroli non chiude perché nel 2024 viene promosso al ruolo di procuratore capo e trasferito a Prato. A mettere il sigillo al flop della sua inchiesta ci ha pensato il 15 gennaio di quest’anno Patrizia Martucci, giudice per le indagini preliminari.Il dottor Tescaroli – ma, precisiamo subito, non era nei suoi doveri – si è guardato bene dall’informare gli amici giornalisti. Motivo per cui l’archiviazione è venuta fuori solo ieri. Dopo sei mesi. Le volpi argentate della cronaca giudiziaria – quelli dalla schiena dritta – non hanno avuto lo scatto felino come ai vecchi tempi e non hanno artigliato subito la notizia. Forse le due righe vergate dalla dottoressa Martucci hanno seppellito, assieme all’inchiesta di Turco & Tescaroli, anche lo zelo salvifico di quella stampa che ha pattugliato in questi ultimi trent’anni i corridoi dei Palazzi di Giustizia e non si è lasciata sfuggire neanche una pagliuzza se quella pagliuzza riguardava Berlusconi. Ricordate l’incipit? Il Cav. si era appena insediato come capo del governo e nel novembre del ’94, mentre imperversava Tangentopoli, si trovava a Napoli per presiedere la Conferenza mondiale dell’Onu sulla criminalità organizzata e fu allora che una manina manona della procura di Milano passò sottobanco a un giornalista del Corriere della Sera la notizia dell’avviso di garanzia che lo toccava personalmente e lo sderenava politicamente. Il documento nasceva dall’inchiesta sulle presunte tangenti alla Guardia di Finanza. Magistrati coraggiosi e giornalisti dalla schiena dritta si erano ritrovati insieme su una manovra che, data la risonanza internazionale, avrebbe, nel dicembre successivo, spinto Umberto Bossi, leader della Lega, a dichiarare la crisi di governo; e per raggiungere lo scopo avevano messo a punto uno scoop a orologeria che di fatto segnava l’inizio di uno scontro permanente tra Berlusconi e una parte della magistratura: quella, va da sé, fiancheggiata perinde ac cadaver da una pattuglia di giornalisti diventati nel frattempo cassa di risonanza per ogni verbale o atto delle procure. Ma non dei gip, si badi bene; specie se un gip come Patrizia Martucci – senza chiasso e senza medaglie al petto – fa a pezzi le inchieste portate avanti con tanto clamore e tanto furore dagli irriducibili magistrati coraggiosi.