TREVISO - «Queste quattro mura non ci fermano. Lo sa tutta la sezione. Lo sanno quelle sbarre. Lo sa l’assistente, il direttore e il comandante. Lo sa anche l’avvocato. Liberate tutti i miei fratelli». Sono le parole a corredo di un video girato all’interno del carcere di Santa Bona (Treviso) e poi postato sui social da alcuni detenuti. A far particolarmente scalpore, oltre all’uso del cellulare in cella, è il fatto che nel filmato (la cui pubblicazione risale al 20 marzo scorso) compaiono Toluwaloju McLinkspual Ade e Angelo Riccardo Ozuna, entrambi in custodia cautelare in carcere e sotto processo (difesi rispettivamente dagli avvocati Fabio Crea e Mauro Serpico) per l’omicidio del 22enne trevigiano Francesco Favaretto, vittima di un agguato in via Castelmenardo il 12 dicembre 2024.

Omicidio Favaretto, si filmano in carcere mentre festeggiano: «Liberi tutti, neanche le sbarre ci fermano» LE INDAGINI I due giovani si sono immortalati mentre cantano e ballano su musiche rap e si abbracciano con altri due reclusi. E se il video ha suscitato lo sdegno di tanti, primi fra tutti il sindaco Mario Conte, che punta il dito contro la «totale assenza di qualsiasi segnale di pentimento o di reale consapevolezza rispetto all'atrocità delle azioni commesse», si aprono intanto le indagini. Da un lato ci sono gli accertamenti interni al penitenziario trevigiano guidato dal direttore Alberto Quagliotto: il cellulare, fanno sapere dalla direzione, è stato sequestrato. Ora sarà da capire com’è stato introdotto o, comunque, com’è arrivato nelle mani dei detenuti. Parallelamente però c’è anche l’indagine della Procura. Perché l’utilizzo di uno smartphone in cella configura anche un illecito penale che potrebbe dunque costituire un’ulteriore incriminazione nei confronti dei due giovani già sotto processo. Visto il sequestro del dispositivo e la segnalazione del fatto all’autorità giudiziaria, è quindi più che probabile che venga aperto un fascicolo. Tutto ciò resta comunque su un piano distinto rispetto al processo per la morte di Favaretto, nel quale Ade e Ozuna (assieme alla 20enne di Ponte di Piave Abi Traore) sono chiamati a difendersi dalle ipotesi di reato di concorso in omicidio volontario aggravato e rapina aggravata sempre in concorso. Ma non si può escludere che il video in cui si vedono i due indagati ballare e festeggiare l’imminente scarcerazione di un loro compagno detenuto possa pesare dal punto di vista della valutazione delle personalità dei due imputati.Francesco Favaretto ucciso in via Castelmenardo, confermati 8 anni al 15enne LA MAMMA A tal proposito, tra i primi a indignarsi per il video c’è stata anche la mamma di uno dei due imputati, che si è rivolta direttamente al detenuto (ora tornato in libertà) che ha postato il video sui social sul profilo “Chakaloko” accusandolo di aver complicato la posizione di suo figlio: «Grazie per togliergli la possibilità dei domiciliari e di una pena ridotta per il tuo ego di m... e di aver pubblicato tutto questo. Buon amico di m... che sei». Un messaggio che lo stesso autore del video ha condiviso sul suo profilo e a cui ha replicato: «Io non ho costretto nessuno a partecipare a quel video. Si sapeva che lo avrei pubblicato (...) e suo figlio lo sapeva bene. È maggiorenne, grande e vaccinato, sa quello che fa. (...) E io non sono responsabile delle scelte che fanno gli altri». Sull’episodio è intervenuto duramente anche il sindaco di Treviso, Mario Conte, che definisce quelle immagini «una mancanza di rispetto inaudita». «Vedere soggetti in cella - aggiunge - per un crimine così grave esibirsi in balli, filmati vietati e messaggi come "Liberi tutti, un giorno usciremo tutti Inshallah. Treviso gangs" oppure "Neanche queste quattro mura ci fermano" lascia sgomenti e impone una riflessione profonda. Qui non si parla soltanto della violazione delle regole all'interno di una struttura detentiva. Ciò che emerge da queste immagini è l'assenza di qualsiasi segnale di pentimento o di consapevolezza rispetto alla gravità delle azioni commesse. Sembra quasi di assistere a una rivendicazione di appartenenza o ad un'esaltazione di comportamenti che hanno provocato dolore e sconvolto una città intera». E conclude: «Di fronte a manifestazioni tanto arroganti e provocatorie, è difficile intravedere quel cambiamento che dovrebbe rappresentare il presupposto per un ritorno responsabile nella società». Sdegno condiviso anche dal vicesindaco Alessandro Manera.