Con 155 sì, 86 no e 8 astenuti, la Camera ha approvato il disegno di legge delega sul «nucleare sostenibile», come lo chiamano tra i banchi del governo e della maggioranza. I deputati di Pd, M5S e AVS, che hanno votato contro, sottolineano l’incongruità di quell’aggettivo e tutte le criticità di questa operazione fortemente voluta da Palazzo Chigi e avallata dal ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (il ddl 2669 porta la firma della premier Giorgia Meloni e del titolare del Mase Gilberto Pichetto). Quelli di Italia viva si sono astenuti, quelli di Azione hanno votato a favore.
È la prima volta dopo molti anni che i parlamentari tornano a esprimersi sul ritorno del nucleare in Italia. Ci aveva provato Silvio Berlusconi con un’operazione analoga partita nel 2009, poi smontata dal referendum del 2011 in cui il 94% dei votanti disse sì alla cancellazione dei decreti varati dal governo riguardo le procedure per la costruzione di nuove centrali sul territorio nazionale. Oggi Montecitorio ha dato via libera e la parola passa al Senato. L’esecutivo vorrebbe arrivare a traguardo prima della pausa estiva. Ma anche se l’ok definitivo dovesse effettivamente arrivare entro i prossimi due mesi, si tratterebbe solo di una prova di forza che mal si concilia con i tempi complessivi di questa operazione. A renderlo evidente è lo stesso Pichetto, che ha definito quello di oggi un «passo importante per il futuro energetico» ma ha anche, e inevitabilmente, reso chiaro ciò di cui stiamo parlando e soprattutto di quanto sia lontano questo «futuro» a cui fa riferimento: «Abbiamo iniziato a porre le condizioni affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile, quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili, all’inizio del prossimo decennio».










