Gabriele Elia
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Confesso di non essere tra gli estimatori di Roberto Vannacci. Non condivido molte delle sue posizioni. Non condivido le sue ambiguità verso la Russia di Putin. Non credo che il futuro dell’Italia e dell’Europa possa essere affidato a visioni geopolitiche che rischiano di indebolire proprio quell’Occidente che invece andrebbe difeso con convinzione. Eppure continuo a pensare che chi deride Vannacci stia commettendo un errore politico. Perché il vero tema non è Vannacci. Il vero tema è perché cresca. E la risposta è probabilmente meno legata ai meriti del generale di quanto molti immaginino. La sua crescita è soprattutto il sintomo del declino di una parte della classe dirigente che negli ultimi anni avrebbe dovuto rappresentare il centrodestra moderato, identitario e di governo.
Vannacci cresce dentro il vuoto della destra
Non è un caso che le indiscrezioni di queste settimane raccontino di parlamentari pronti a raggiungere Futuro Nazionale provenendo proprio dalla Lega e da Forza Italia. Perché i parlamentari non si spostano soltanto verso chi cresce. Abbandonano soprattutto chi appare fermo. Da anni milioni di europei osservano fenomeni che la politica continua ad affrontare con imbarazzo: difficoltà di integrazione, radicalizzazione islamista, insicurezza urbana, tensioni sociali e degrado in molte grandi città. Da Parigi a Londra, da Bruxelles a Monaco di Baviera, fino ad arrivare a Milano, cresce una domanda che non può più essere liquidata come populismo: quale Europa stiamo lasciando ai nostri figli? Quando una famiglia si domanda se tra dieci anni manderà serenamente un figlio a studiare in una grande città europea, non sta facendo un ragionamento ideologico. Sta esprimendo una preoccupazione reale. A questo si aggiunge il silenzio sulle persecuzioni dei cristiani nel mondo. Il caso della Nigeria è emblematico: migliaia di vittime e comunità colpite dalla violenza jihadista senza che il tema trovi lo spazio che meriterebbe nel dibattito occidentale.









