Iren dovrà accertare se l'ammasso di fango rilasciato dalla diga della Lavagnina, a Casaleggio Boiro, nei torrenti Gorzente e Piota ha causato un danno ambientale.

Ordinanza del ministero Lo stabilisce l’ordinanza del Ministero dell’Ambiente in conseguenza dell’esposto inviato nel 2024 dal circolo Ovadese Valli Orba e Stura di Legambiente, nel quale si parlava di «gravissimo danno ambientale di grandi proporzioni, che ha provocato la moria dei pesci e la distruzione dell’intero ecosistema bentonico», cioè la zona più profonda di un corso d’acqua. Il tutto, recitava l’esposto «in gran parte all’interno della zona di protezione speciale Capanne di Marcarolo». Esposto Successivamente, l’Istituto superiore per la protezione dell’ambiente (Ispra), che fa riferimento al ministero, aveva fornito una prima risposta affermando che, in seguito ad analisi delle acque, era stata «accertata la sussistenza di un indizio di danno ambientale». L’Ispra aveva parlato di declassamento della qualità ecologia delle acque. Iren, tramite la società Ireti, gestore dell’invaso, a marzo ha depositato al ministero una proposta di Piano di accertamento delle evidenze di danno (Paed), scaturito sempre dall’esposto, che è stato necessario integrare poiché non aveva previsto monitoraggi sugli habitat ripariali del Gorzente e del Piota e neppure il monitoraggio della fauna ittica. La “campagna” entro questo mese Iren dovrà avviare la campagna entro questo mese Michela Sericano (circolo Pro Natura dall’Appennino Piemontese al Po) commenta: «È senz’altro un passo positivo. Ora si dovrà valutare se la rimozione del materiale annunciata da Iren sarà compatibile con questi monitoraggi». Interventi di rimozione in programma da settembre che, insieme agli altri cinque previsti successivamente, Pro Natura, insieme ai circoli Legambiente Val Lemme e Ovadese Valli Orba e Stura, non considera positivamente: «Manca l’intervento alla diga di compensazione (a valle della Lavagnina lungo il Gorzente, ndr), punto in cui ancora a febbraio era evidente un significativo accumulo di solo materiale fine dietro lo sbarramento e dove è importante intervenire per ristabilire la funzione idraulica e evitare che quel materiale vada a valle». Le Aree Protette dell’Appennino Piemontese, affermano le associazioni, «appongano le prescrizioni e vigilino perché i lavori siano eseguiti con quella cautela che, a nostro avviso, non è stata posta nel 2024».