Dici rischio climatico e magari il pensiero va al settore agricolo o a quello del turismo. Ma il problema è ben più ampio, tanto che in Italia può costare fino al 6% del Pil entro il 2050, con danni che potrebbero raggiungere i 5 miliardi di euro annui entro i prossimi 25 anni. E la portata del problema non si esaurisce qui, perché, tra le Pmi italiane solo il 14% ha adottato misure per la continuità operativa in caso di eventi estremi e soltanto il 10% ha introdotto azioni di adattamento rivolte a infrastrutture e asset fisici. Tutto ciò emerge dal report di Deloitte “Il rischio climatico in Italia. Dagli scenari alle proposte di intervento”, che analizza l’impatto del rischio climatico sul contesto economico-finanziario italiano e la maturità delle piccole e medie imprese nell’affrontarne le sfide. Il report è stato realizzato con la collaborazione di esperti del Politecnico di Milano, dell’Università Ca' Foscari, del team dell'area Climate della Florence School of Regulation (European University Institute) e con Ipsos-Doxa.

«L'Italia, a causa della sua collocazione geografica nel Mediterraneo, è tra i Paesi europei in cui gli effetti del cambiamento climatico si manifestano più rapidamente – commenta Paolo D'Aprile, sustainability leader di Deloitte central mediterranean – e le principali proiezioni indicano un aumento delle temperature superiore ai 2°C rispetto ai livelli preindustriali già nel prossimo decennio. Il cambiamento climatico produce già oggi perdite economiche rilevanti che si amplificheranno in futuro. In questo scenario investire in strategie di mitigazione e adattamento non significa solo rispondere a vincoli normativi o finanziari, ma cogliere un’opportunità concreta per rafforzare la capacità di crescita e innovazione delle imprese e dei territori».