La presidente di Mondadori con una nota ancora una volta molto politica è dura soprattutto sulla tempistica con cui è emersa l'archiviazione sulle stragi di mafia del 1993 per suo padre e Marcello Dell'Utri. Decisione presa a gennaio, ben prima del referendum sulla Giustizia di marzo

Quel che colpisce Marina Berlusconi non è tanto l’archiviazione in sé, quanto la tempistica con cui è diventata pubblica la decisione del gip di Firenze sul padre Silvio e Marcello Dell’Utri sul caso delle stragi di mafia nel 1993. Il decreto del gip di Firenze risale a gennaio, ma la notizia è emersa dalle agenzie soltanto oggi, a giugno, con nel mezzo, tra l’altro, un referendum sulla Giustizia tenutosi a marzo. «Viene da chiedersi: se l’esito fosse stato opposto, per leggerlo sui giornali ci sarebbero voluti cinque mesi o sarebbero bastate cinque ore, se non cinque minuti?», scrive la figlia dell’ex premier commentando la chiusura dell’inchiesta sulle stragi di mafia del 1993.

La sesta archiviazione e il «teorema costruito col fango»

È la sesta volta che il fascicolo finisce nel nulla, sempre su richiesta degli stessi pubblici ministeri. Per Marina Berlusconi si tratta di un esito «che non stupisce», perché l’inchiesta sarebbe stata edificata «non con il cemento delle prove, ma con il fango del pregiudizio ideologico». La tesi contestata, quella secondo cui le stragi mafiose del 1993-94 avrebbero favorito la nascente Forza Italia, ha alimentato per trent’anni «sospetti, insinuazioni e campagne di delegittimazione» contro Silvio Berlusconi e Dell’Utri. Risultato, scrive, «una montagna di carta straccia, sia in tribunale, sia nelle redazioni di certi giornali».