Nell’aprile 2025 il governo aveva alzato bandiera bianca, dichiarando la resa incondizionata delle aree interne. Nel Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027, alla voce Obiettivo 4, si legge infatti un’indicazione di eutanasia territoriale che riguarda “un numero non trascurabile di aree interne” afflitte da andamenti demografici negativi. Queste aree “non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza”: “Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”.
Ma è proprio vero che una larga parte del territorio italiano è da dare per spacciata? Il punto di vista che emerge da “Buono e Bio in Festa” - la due giorni di confronto su food policy, agroecologia e giustizia della filiera promossa dal 6 al 7 giugno all’Orto Botanico di Roma dall’assessorato all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti di Roma Capitale, da FederBio e da Slow Food Italia, in collaborazione con l’università la Sapienza e Mountain Partnership-FAO – è diverso. Non una contrapposizione tra città in crescita bulimica e campagne condannate all’agonia programmata, ma un’alleanza basata sulla valorizzazione di territori che hanno tutte le potenzialità per produrre non solo i servizi ecosistemici necessari alla sopravvivenza delle aree urbane (a cominciare dall’aria pulita e dall’acqua) ma anche la diversità agricola che permette all’Italia di giocare un ruolo importante nel mercato alimentare globale.








