Una delle parole chiave dell’opera teatrale del regista polacco Łukasz Twarkowski è “autenticità”. Lo era nel bellissimo ed entusiasmante “Rohtko”, a tema classico per la materia di cui è fatto il teatro, la confusione tra falso e vero, qui riferito all’arte (e al suo mercato) pièce basata sulla storia vera di una celebre truffa di un falso Rothko (da qui il titolo con la “h” sbagliata) dato per autentico da tutti, mescolando considerazioni sociali a finezze di teoria estetica. Era passato alla prima edizione del Festival Presente Indicativo del Piccolo Teatro di Milano, ideato dal direttore Claudio Longhi per offrire al pubblico del “Teatro d’Europa” (il Piccolo lo è per vocazione e statuto) una selezione dei migliori spettacoli dai festival internazionali. Per la terza edizione 2026, come avevo scritto, era molto atteso il ritorno di Twarkowski con “Oracle” in cui il tema dell’autenticità è declinato in relazione allo spettro incombente del XXI secolo, l’Intelligenza Artificiale.

Ph: Marko Rass

“Oracle” è scritto da Anka Herbut – che da anni collabora con il regista polacco – che ha composto una ragnatela genealogica di biografie, partendo da quella del matematico Alan Turing considerato il padre dei sistemi informatici e dell’AI. Dopo il rapporto tra umani e umanoidi in “Emplyeses“ (2023) e la fisica quantistica in “Quanta” (2024), in “Oracle” Twarkowski pone una questione di base: fino a che punto la tecnologia è solo strumento e non diventa invece entità sovrannaturale, extraumana? La investiamo di questo ruolo o c’è qualcosa di oscuro nella stessa origine?