Lo smart working è un tema molto dibattuto al giorno d’oggi. Agognato dalla generazione Z e dai Millennial, guardato con sospetto dalla generazione X, odiato dai Boomer. Eppure, in un primo momento, era sembrata la nuova frontiera del lavoro, il cambiamento epocale di un sistema. La pandemia lo ha trasformato, per un periodo, da privilegio per pochi a necessità collettiva, e ha aperto un dibattito che travalicava il semplice rapporto dipendente – datore di lavoro, interessando politica, sociologia, urbanistica e persino la psicologia.

Si sono interrogati tutti sulla rivoluzione improvvisa che prometteva più tempo libero, meno traffico e soprattutto una migliore conciliazione tra vita privata e professionale. A distanza di qualche anno possiamo tirare le somme: il bilancio è sicuramente contrastante. Da una parte il lavoro da remoto ha sicuramente ampliato le possibilità organizzative, dall’altra ha reso ancora più labili i confini tra casa e ufficio, tra presenza e assenza, tra connessione e isolamento, tanto da dover essere sempre reperibili e non poter staccare mai.

All’interno di questa contraddizione si inserisce Smart Working (in sala dal 4 giugno), esordio nel cinema mainstream di Svevo Moltrasio, con un Maccio Capatonda sorprendentemente posato. Una commedia che guarda alla realtà contemporanea senza rinunciare all’assurdo. Giuliano (Maccio Capatonda) è un impiegato che ha trovato nello smart working la formula ideale per vivere meglio: più tempo per la famiglia, maggiore libertà e una serenità che sembra finalmente possibile. Ma quando l’azienda minaccia di abolire il lavoro da remoto a causa della scarsa produttività dei colleghi, decide di intervenire personalmente. Il risultato è un’invasione progressiva della sua casa da parte dell’intero ufficio, con conseguenze sempre più caotiche e imprevedibili.