C’era un tempo in cui il lavoro rappresentava un luogo. Non soltanto un contratto, una mansione o uno stipendio, ma uno spazio fisico fatto di relazioni, confronti, abitudini condivise e perfino rituali quotidiani. Poi è arrivato il Covid e, nel giro di poche settimane, milioni di italiani si sono ritrovati a lavorare dal tavolo della cucina, dal divano di casa o da una stanza trasformata improvvisamente in ufficio, con sopra una camicia e sotto i pantaloni del pigiama.
Lo smart working, usato moltissimo come misura emergenziale per evitare il sovraffollamento degli ambienti lavorativi durante la pandemia, è stato presentato come una rivoluzione moderna, efficiente e inevitabile. E in parte lo è stato davvero. Ha consentito alle aziende di continuare a produrre, ha ridotto gli spostamenti, ha offerto maggiore flessibilità a molti lavoratori. Ma a distanza di anni, mentre perfino il cinema comincia a ironizzare sul fenomeno con commedie dedicate al lavoro da remoto, vale forse la pena chiedersi se dietro quella comicità non si nasconda un problema molto più profondo.
Ma è arrivato il momento di richiedersi se lo smart working ci abbia davvero resi più liberi oppure se ci stia lentamente rendendo più soli.









